Le Invisibili

Alice Milliat: creò le Olimpiadi femminili. Il CIO la cancellò

today7 Aprile 2026 2

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Ogni volta che un’atleta scende in pista ai Giochi Olimpici, c’è una donna a cui non viene reso il conto per intero. Non nei libri di storia dello sport. Non nei discorsi inaugurali che evocano le origini del movimento olimpico. Non, per quasi settant’anni, in nessuna cerimonia ufficiale.

Alice Milliat ha costruito, con le proprie mani e contro ogni resistenza istituzionale, il sistema che ha reso possibile la partecipazione femminile alle Olimpiadi. Poi quel sistema le è stato tolto. Il suo nome è sparito con lui — per un tempo lunghissimo, ma non per sempre.

Nantes, 1884. Una drogheria, poi il mondo

Alice Milliat nasce il 5 maggio 1884 a Nantes, figlia di una famiglia di droghieri. Pratica sport — canottaggio, nuoto, hockey su prato, ciclismo — in un’epoca in cui la pratica sportiva femminile è considerata, nella migliore delle ipotesi, eccentrica. Nella peggiore, medicalmente sconsigliata: la medicina ufficiale del tempo sosteneva che lo sforzo fisico intenso danneggiasse la fertilità femminile. Non era un’opinione marginale. Era il consenso.

Nel 1911 entra a far parte di Fémina Sport, un’associazione sportiva parigina che combina danza e movimento fisico ma si apre progressivamente a discipline considerate esclusivamente maschili: rugby, calcio, ciclismo. Nel 1915 viene eletta presidente — prima donna a guidare una società sportiva in Francia — e inizia a costruire qualcosa di più grande.

La situazione alle Olimpiadi è quella che è: le donne non esistono. Già nel 1912 Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi moderni e presidente del CIO, aveva messo per iscritto cosa pensasse di un’Olimpiade con le donne: impraticabile, poco interessante, antiestetica, sconveniente. Il 10 marzo 1919 Milliat diventa presidente della federazione sportiva femminile francese e, quello stesso anno, si presenta comunque davanti al CIO chiedendo che l’atletica leggera femminile entri alle Olimpiadi del 1924. La risposta è no.

Allora decide di costruirsi una porta propria.

Il 1922: 77 atlete, 20.000 spettatori, nessun CIO

Il 31 ottobre 1921 fonda la Fédération Sportive Féminine Internationale — la FSFI. Non è un gesto simbolico. È un’organizzazione funzionante, con statuto, affiliazioni nazionali e un programma sportivo concreto.

Il 22 agosto 1922, allo stadio Pershing di Parigi, si aprono i Premiers Jeux Mondiaux Féminins — i Giochi Mondiali Femminili. Settantasette atlete provenienti da cinque paesi: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Cecoslovacchia, Svizzera. Sugli spalti, oltre 20.000 spettatori. In un solo giorno cadono 18 record del mondo.

Il CIO non era stato invitato. Non era necessario.

Milliat aveva chiamato quei Giochi “Olimpiadi femminili”. Il CIO protestò immediatamente: il termine “olimpico” era di sua proprietà esclusiva. Milliat cedette sul nome — i Giochi divennero ufficialmente “Mondiali” — ma non sull’idea. Nel 1926 la seconda edizione andò a Göteborg, nel 1930 a Praga, nel 1934 a Londra. Quattro edizioni, in quattro paesi diversi, con un’affluenza crescente e una copertura mediatica che il movimento olimpico non poteva più ignorare.

Il compromesso che non era un compromesso

Il CIO guardava quei numeri e capiva che stava perdendo terreno. Se le donne competevano ad alto livello davanti a decine di migliaia di persone fuori dalle Olimpiadi, la narrativa dell’esclusione diventava sempre più difficile da sostenere.

Ad Amsterdam 1928 arriva l’apertura: per la prima volta, le donne sono ammesse a gareggiare nell’atletica leggera ai Giochi Olimpici. Alla FSFI erano state promesse dieci discipline. Ne arrivano cinque, su ventidue riservate agli uomini. La Gran Bretagna, la nazione più forte alle due precedenti edizioni dei Giochi Mondiali, boicotta Amsterdam per protesta: cinque discipline, secondo le atlete britanniche, non giustificano nemmeno la trasferta.

La storiografia sportiva racconta questo momento come un progresso. E lo è. Quello che non racconta quasi mai è il prezzo che Milliat pagò per quel progresso.

Il permesso arriva legato a una condizione — imposta non dal CIO direttamente, ma dalla Federazione Internazionale di Atletica, tutta maschile, con il sostegno del CIO sullo sfondo: la FSFI deve cedere il controllo dell’atletica femminile internazionale. In cambio, le donne gareggiano sotto i cinque cerchi.

Milliat accettò, perché il risultato per le atlete era concreto. Ma l’accordo conteneva già la sua dissoluzione. Senza il controllo sull’atletica, la FSFI perdeva il suo asset principale. Senza quell’asset, la sua capacità negoziale si svuotava.

Il 6 agosto 1936 si tiene l’ultimo congresso della FSFI: Milliat, malata, si dimette. Due anni dopo, il 10 agosto 1938, la Federazione Internazionale di Atletica assorbe formalmente quello che resta della sua organizzazione. Chi aveva voluto questo risultato lo aveva ottenuto: le donne erano nelle Olimpiadi, ma alle condizioni della federazione di atletica, sotto la supervisione del CIO, senza un’organizzazione femminile autonoma che potesse fare pressione dall’esterno.

La cancellazione — e le due statue arrivate dopo

Alice Milliat muore il 19 maggio 1957 a Parigi, nel dodicesimo arrondissement — lo stesso quartiere dove, trentacinque anni prima, aveva riempito uno stadio di ventimila persone. Ha 73 anni. Viene sepolta a Nantes, nel cimitero di Saint-Jacques, nella tomba di famiglia di sua madre. Per sua stessa volontà, secondo la ricostruzione della città di Nantes, nessun nome compare sulla sepoltura.

Non ci fu nessuna cerimonia. Nessun riconoscimento ufficiale da parte del movimento olimpico che lei aveva costretto a cambiare. Per decenni, nessun posto nella narrazione che il CIO costruisce di sé stesso — una narrazione fatta di padri fondatori, di principi nobili, di progressione lineare verso l’inclusione.

Poi, qualcosa si è mosso — due volte. L’8 marzo 2021, giornata internazionale dei diritti delle donne, il Comitato Olimpico e Sportivo Francese ha inaugurato una statua di Milliat nella propria sede, la Maison du Sport Français di Parigi. Da allora si trova nell’atrio d’ingresso, accanto alla statua di Pierre de Coubertin — l’uomo che le aveva detto no. All’inaugurazione erano presenti anche il presidente del CIO Thomas Bach e il futuro presidente del comitato organizzatore di Parigi 2024, Tony Estanguet.

Tre anni dopo, il 26 luglio 2024, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi, dalla Senna sono emerse dieci statue dorate di donne francesi illustri: una era lei, alta quattro metri, l’unica delle dieci a portare incisi i cinque cerchi olimpici, l’unica atleta tra le dieci scelte. Dal 2025 quella statua si trova in modo permanente su un’esplanade a lei intitolata, nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

Il riconoscimento, alla fine, è arrivato — non una volta, ma due, entrambe dentro la casa del movimento olimpico che per un secolo l’aveva ignorata. Non correggono i libri ufficiali della federazione, ma dicono qualcosa che quei libri non dicevano: oggi, nella sede del comitato olimpico francese, il suo nome sta accanto a quello dell’uomo che aveva provato a cancellarla.

Il problema della narrazione ufficiale resta lo stesso: l’inclusione non è arrivata spontaneamente. È arrivata perché una donna di Nantes aveva costruito una struttura alternativa abbastanza solida da diventare una minaccia commerciale e culturale per i Giochi ufficiali. Il movimento olimpico ha risposto assorbendo la minaccia e rimuovendo la fonte — e ha impiegato quasi settant’anni per cominciare a restituirle un posto.

È il caso più lungo di questa serie ad arrivare a una forma di risposta. Non c’è un collega che si prende il merito di una scoperta. Non c’è un sistema che dimentica per inerzia. C’è un’istituzione che ha utilizzato il lavoro di una donna per legittimare la propria apertura, e poi ha rimosso quella donna dallo spazio che aveva contribuito a creare.

Ogni volta che un’atleta scende in pista ai Giochi Olimpici, quella pista è anche di Alice Milliat. Da qualche anno, lo dice anche una statua accanto a quella dell’uomo che aveva risposto no.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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