Ascoltatori:
Ascoltatori di punta:
4EVA Radio Donne oltre lo sport
play_arrow
Radio Appalla cassa e basta!
play_arrow
Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
C’è qualcosa di storicamente ironico nel fatto che La ragazza del mare sia un film Disney. Gertrude Ederle attraversò la Manica nel 1926, tornò a New York accolta da due milioni di persone, e poi scomparve nel silenzio con una rapidità che il cinema hollywoodiano non avrebbe osato sceneggiare — perché nessuno ci avrebbe creduto. Quasi cent’anni dopo, la Walt Disney Pictures decide di raccontarla. Il film è onesto, solido, e si ferma esattamente nel punto in cui la storia smette di essere raccontabile in modo confortante.
È questo il suo limite principale. Ma partiamo da quello che funziona.
La ragazza del mare (Young Woman and the Sea, 2024, Disney+) segue Gertrude “Trudy” Ederle dall’infanzia nell’ambiente immigrato di New York fino alla traversata della Manica il 6 agosto 1926 — 35 chilometri in acque aperte, un record che rimase imbattuto per 24 anni. Daisy Ridley interpreta Ederle; Tilda Cobham-Hervey è la sorella Margaret; Stephen Graham è l’allenatore Burgess; Christopher Eccleston il rivale Wolffe. Regia di Joachim Rønning, sceneggiatura di Jeff Nathanson. Basato sul libro di Glenn Stout del 2009.
Produzione Jerry Bruckheimer, distribuzione Disney. Il film era destinato a Disney+ ma i test screening furono abbastanza positivi da giustificare un’uscita in sala limitata negli Stati Uniti. Incasso: 1,9 milioni di dollari. Una cifra che dice molto su quanto il pubblico mainstream conosca ancora Gertrude Ederle.
Daisy Ridley costruisce Ederle con una fisicità che non ti aspetti. Non è solo questione di preparazione atletica — anche se si vede che c’è stata. È la postura, la mascella, il modo in cui il personaggio occupa lo spazio in campo e fuori. Ridley ha avuto anni di uscite difficili dopo Star Wars, e questo film dimostra che il problema non era lei: era il materiale. Qui ha una storia vera da sostenere, e la sostiene.
Le sequenze in acqua sono girate con intelligenza. Rønning — abituato a budget da blockbuster — sceglie di non estetizzare la traversata. L’acqua è grigia, fredda, instabile. Il corpo di Ederle non nuota verso il trionfo in slow motion: lotta, rallenta, dubita. C’è una scena in cui il medico della barca d’appoggio ordina di tirarla fuori — e lei si rifiuta — girata senza musica. È il momento migliore del film, e funziona proprio perché Rønning si toglie di mezzo.
Il consensus di Rotten Tomatoes definisce il film “un film sportivo all’antica che richiama i classici nel modo migliore” — e non è un complimento di seconda categoria. C’è una qualità artigianale nella costruzione delle scene che il cinema contemporaneo tende a sacrificare per l’effetto spettacolare. Stephen Graham, nei panni dell’allenatore Burgess, porta una complessità morale rara per un personaggio di supporto: non è il mentore benevolo del manuale, è un uomo che deve convincersi lui stesso di credere in Ederle. Quella titubanza è più interessante di qualsiasi discorso motivazionale.
Il film gestisce bene anche il contesto familiare — il padre che frena, la sorella che spinge — senza trasformarlo in melodramma. La dinamica tra Trudy e Margaret è il motore emotivo più affidabile della prima metà.
Il film si chiude sul trionfo. New York che acclama, coriandoli, folla. È il finale che il genere richiede, e Rønning lo consegna con competenza.
Quello che non consegna è la seconda parte della storia.
Dopo il 1926, Ederle perde progressivamente l’udito — una conseguenza diretta delle traversate ripetute in acqua fredda. Subisce un crollo nervoso. Gli sponsor evaporano. Il circo mediatico che l’aveva portata in trionfo si smonta nel giro di stagioni, e lei rimane quasi sola. Per decenni lavora come istruttrice di nuoto per bambini sordi — un dettaglio biografico bellissimo e quasi mai citato — in pressoché totale anonimato. Muore nel 2003 a 98 anni. Pochi sanno chi era.
Nulla di tutto questo è nel film. Non è una critica moralistica — un biopic non può coprire 77 anni in due ore. Ma la scelta di dove tagliare è sempre una scelta politica. La ragazza del mare taglia esattamente dove la storia di Ederle smette di essere una storia di vittoria e diventa una storia di abbandono. È il meccanismo che il nostro articolo su Ederle chiama dimenticanza per disattenzione: nessuno ruba, tutti smettono di guardare. Il film non lo racconta. Lo replica.
C’è poi un problema minore ma presente: il villain Wolffe — l’allenatore che sabota Ederle durante il primo tentativo — viene trattato con una piattezza che semplifica la storia reale. Il conflitto tra i due era più sfumato, più istituzionale, meno da favola. Christopher Eccleston fa quello che può con quello che ha, ma il personaggio resta una funzione narrativa, non una persona.
Il film ha incassato 1,9 milioni di dollari nella sua uscita in sala limitata negli Stati Uniti. È un numero basso anche per gli standard di un film biografico di nicchia. In Italia è arrivato direttamente su Disney+, senza passare per le sale.
C’è un’ironia precisa qui: un film sulla donna più famosa del mondo per circa tre settimane nel 1926, ignorata per i successivi settant’anni, viene distribuito in modo che la maggior parte del pubblico non lo trovi a meno di cercarlo attivamente. Non è un complotto. È semplicemente il modo in cui l’industria dell’intrattenimento funziona — e il modo in cui continua, senza volerlo, a replicare lo stesso meccanismo che racconta.
Sì — con aspettative calibrate. La ragazza del mare è un buon film, non un film importante. Il 7.5 su IMDb e l’85% su Rotten Tomatoes descrivono qualcosa di onestamente centrato: una storia vera raccontata con rispetto, una performance principale che sorprende, una regia che non si fa notare nel senso migliore del termine.
Non è il film che Gertrude Ederle meritava — quello avrebbe dovuto avere il coraggio di raccontare anche il silenzio dopo il rumore. Ma è il film che esiste, e per chi non conosce la storia è un punto di ingresso valido.
Poi leggi l’articolo. Quello che il film non dice è la parte che conta.
Sì. Young Woman and the Sea è disponibile su Disney+ in Italia dal 2024. In Italia non è uscito in sala — è stato distribuito direttamente sulla piattaforma streaming.
Gertrude Ederle è interpretata da Daisy Ridley, nota per il ruolo di Rey nella trilogia sequel di Star Wars. La sorella Margaret è interpretata da Tilda Cobham-Hervey. La regia è di Joachim Rønning.
Sì. Il film è basato sulla storia reale di Gertrude Ederle, che il 6 agosto 1926 divenne la prima donna a nuotare attraverso la Manica. Il film è adattato dal libro di Glenn Stout del 2009. La storia reale continua ben oltre il finale del film.
Young Woman and the Sea ha ottenuto 7.5/10 su IMDb e l’85% su Rotten Tomatoes. Su Metacritic il punteggio è di 63/100. Recensioni positive per la performance di Daisy Ridley e la regia di Rønning.
4EVA · Donne oltre lo sport
Raccontiamo le atlete oltre i titoli di coda — quello che Hollywood sceglie di non dire e quello che merita di essere ricordato.
Scritto da: Andrea Rango
Gertrude Ederle film Joachim Rønning Young Woman and the Sea 2024