Per decenni la domanda non si faceva nemmeno. Un’atleta restava incinta e la carriera finiva lì: contratto sospeso, sponsor in fuga, il rientro affare suo.
Poi qualcuna ha smesso di accettarlo. Allyson Felix ha scritto sul New York Times quanto Nike voleva tagliarle il compenso durante la gravidanza, e nel giro di pochi mesi l’azienda ha riscritto le regole per tutte le atlete sotto contratto. Sara Björk Gunnarsdóttir ha portato l’Olympique Lione davanti alla FIFA e ha vinto: 82.000 euro e un precedente che vale per ogni calciatrice al mondo.
In Italia il caso di Alice Pignagnoli ha fatto quello che nessun convegno era riuscito a fare — ha reso impossibile fingere che il problema non esistesse.
Oggi le tutele ci sono. La FIFA impone quattordici settimane di congedo, la riforma dello sport ha portato le atlete dentro il diritto del lavoro. Ma una norma scritta e una norma applicata restano due cose diverse, e chi torna a competere dopo un parto lo scopre ogni volta.
Qui raccontiamo i casi, le sentenze e i corpi. Perché Josefa Idem ha fatto otto Olimpiadi con un figlio a casa, e nessuno le aveva spiegato come si fa.