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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Era l’aprile del 2017. Amika George aveva diciassette anni, stava facendo colazione prima di andare a scuola e stava scorrendo il telefono. Vide un titolo sul sito della BBC: “Girls Too Poor to Buy Sanitary Products Missing School”.
Non era una notizia dall’India o dal Kenya. Era una notizia dall’Inghilterra. Dal suo paese.
Una rapida ricerca su Google aprì una cascata di reportage: ragazze britanniche che saltavano fino a una settimana di scuola ogni mese, o che usavano carta igienica, calzini o giornali al posto di assorbenti o tamponi. Ragazze che, senza dirlo a nessuno, si mettevano a rischio di shock tossico pur di non mancare un’altra lezione.
Amika posò la scodella di cereali. E decise che quella cosa non poteva rimanere così.
Una ragazza su dieci nel Regno Unito non poteva permettersi prodotti mestruali. Non era un dato nascosto — esisteva, era documentato da Plan International UK, era stato pubblicato. Il problema è che nessuno aveva deciso di farne una questione politica.
Per Amika il meccanismo era limpido. “Sembrava ingiusto che un processo biologico naturale fosse responsabile del ritardo scolastico delle ragazze,” ha detto in un’intervista. Quelle studentesse non erano diverse da lei. Avevano lo stesso calendario, gli stessi esami, le stesse ambizioni. L’unica differenza era il conto in banca delle loro famiglie. E quella differenza stava costruendo un gap educativo invisibile, mese dopo mese, anno dopo anno.
C’era anche un’ulteriore paradosso che la irritava profondamente: mentre le ragazze povere usavano i calzini come assorbenti, il governo britannico stava discutendo la tampon tax — la tassa sugli assorbenti classificati come “beni di lusso”. Lusso. Un processo biologico non scelto, classificato come lusso.
Amika aveva diciassette anni. Non poteva ancora votare. Decise che non era un ostacolo.
A diciassette anni, ancora al liceo, Amika avviò una petizione popolare indirizzata a Westminster. La lanciò su Instagram. Il movimento prese piede ad aprile 2017 e si trasformò in una protesta pacifica davanti a Downing Street con 2.000 partecipanti, tra cui nomi come Suki Waterhouse e Adwoa Aboah.
“Anche se stavamo protestando contro qualcosa di così terribile come la povertà mestruale, era anche una celebrazione dei cicli mestruali,” ha raccontato al Guardian. La protesta era arrabbiata e gioiosa allo stesso tempo. Era politica nel senso più ampio del termine: prendeva qualcosa che la cultura aveva reso invisibile, privato, imbarazzante, e lo portava in piazza davanti alla residenza del Primo Ministro.
La petizione raggiunse oltre 200.000 firme. Il governo stanziò 1,5 milioni di sterline come risposta parziale. Non bastava, e Amika lo disse chiaramente.
Nel gennaio 2019, Amika fondò Free Periods come organizzazione nonprofit formale. La mossa successiva fu inaspettata: invece di fare pressione per nuova legislazione, lavorò con un team di avvocati specializzati in diritti umani per costruire un caso legale che costringesse il governo a rispettare l’Equality Act già in vigore — che obbligava il governo a garantire pari accesso all’istruzione per tutti i bambini.
Era una scelta tattica precisa. Non stava chiedendo un favore. Stava ricordando al governo che stava violando una legge che aveva già approvato.
Nel gennaio 2020, dopo due anni e mezzo di campagna, il governo britannico decise di fornire prodotti mestruali gratuiti in tutte le scuole e i college statali dell’Inghilterra.
Due anni e mezzo. Iniziati con un articolo letto a colazione a diciassette anni, prima ancora di poter mettere una scheda in un’urna.
Nel frattempo Amika studiava. Si iscrisse a Cambridge — Storia, con focus sulla storia coloniale indiana e i legami della Gran Bretagna con la tratta degli schiavi. Una scelta non casuale per una ragazza di origini malesi del Kerala che ha scelto di fare attivismo nel paese che ha colonizzato l’India.
Ha scritto per Vogue sul ruolo dell’attivismo giovanile, per The Guardian e The Telegraph sulla necessità che l’Inghilterra seguisse l’esempio scozzese nel garantire prodotti mestruali gratuiti agli studenti. Ha ricevuto l’MBE — Member of the Order of the British Empire — il riconoscimento civile che il governo britannico assegna per servizi straordinari alla comunità.
Ha scritto Make It Happen, una guida pratica all’attivismo per chi vuole cambiare le cose senza sapere da dove iniziare. Non un memoir eroico — un manuale. Come scegliere una causa, come costruire alleanze, come resistere quando non succede niente per mesi.
“Non sono la persona più rumorosa nella stanza,” ha detto. “Non sono nemmeno la più sicura di sé. Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei parlato davanti alle telecamere o da sola su un palco dall’altra parte del mondo, non ci avrei creduto.”
La storia di Amika George riguarda gli assorbenti. Ma riguarda anche molto altro.
Riguarda come la biologia femminile venga sistematicamente classificata come problema privato, come imbarazzo da nascondere, come costo che le donne devono gestire da sole. Riguarda come le ragazze povere paghino un prezzo doppio — una volta per la loro condizione economica, una volta per il loro corpo.
E riguarda cosa succede quando una ragazza di diciassette anni di origini indiane, cresciuta a nord-ovest di Londra, decide che quella cosa non può rimanere così. Non aspetta di avere il diritto di voto. Non aspetta un’università, un lavoro, un podio. Prende Instagram, scrive una petizione, scende in piazza.
“Ho iniziato la mia campagna prima di poter votare, e penso che questo dimostri che puoi ottenere cambiamenti anche se non sei rappresentata in politica,” ha detto.
È esattamente questo. Non è una storia di eccezioni. È una storia di metodo.
La povertà mestruale è l’impossibilità di accedere a prodotti mestruali per ragioni economiche. Nel Regno Unito, nel 2017, una ragazza su dieci non poteva permetterseli e saltava fino a una settimana di scuola ogni mese. Il gap accumulato nel tempo si traduce in svantaggio educativo e lavorativo strutturale — per questo è una questione di uguaglianza, non solo di salute.
Ha costruito una campagna in tre fasi: petizione popolare (200.000 firme), protesta pubblica davanti a Downing Street (2.000 persone), e infine un’azione legale con avvocati specializzati in diritti umani. La strategia non chiedeva una nuova legge: faceva notare che il governo stava violando l’Equality Act già vigente, che obbliga a garantire pari accesso all’istruzione.
Sì. Dal gennaio 2020 il governo inglese distribuisce prodotti mestruali gratuiti in tutte le scuole e i college statali dell’Inghilterra. La Scozia aveva già adottato una misura analoga in anticipo — ed è stata proprio l’esempio scozzese uno degli argomenti usati da Amika George per fare pressione sul governo di Londra.
Sì. Secondo Terre des Hommes, in Italia circa il 18% delle studentesse ha difficoltà ad accedere regolarmente a prodotti mestruali. Alcune regioni hanno avviato programmi di distribuzione gratuita nelle scuole, ma non esiste ancora una misura nazionale analoga a quella britannica. Il tema resta in larga parte fuori dal dibattito politico mainstream.
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Scritto da: Andrea Rango
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