Hollywood ha impiegato decenni a capire che una donna che corre, nuota o combatte è una storia. E quando finalmente ci è arrivata, spesso l’ha raccontata male: l’atleta come eccezione, il traguardo come miracolo, la fatica ridotta a montaggio con musica epica.
Poi arrivano film come Nyad, dove Annette Bening e Jodie Foster reggono in piedi una storia che sulla carta rischiava il santino. O documentari come Hold Your Breath, che segue Johanna Nordblad sotto il ghiaccio senza aggiungere una sola nota di retorica.
Qui recensiamo entrambi i tipi. I film che funzionano e quelli che tradiscono le protagoniste. I documentari che scavano e quelli che si fermano alla superficie — come Respiro profondo, che racconta Alessia Zecchini solo a metà.
Non è critica cinematografica pura. È critica sportiva applicata allo schermo: ci interessa se la disciplina è restituita con precisione, se l’atleta ha voce o solo un arco narrativo, se il film ha capito lo sport di cui parla.
Perché il modo in cui il cinema racconta le atlete decide, per milioni di spettatori, cosa lo sport femminile sembra essere.