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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Inizia da dopo.
Dal 7 agosto 1926, il giorno dopo. Quando i coriandoli erano già nella cunetta e i giornali erano già alla prossima notizia. Quando Gertrude Ederle aveva appena vinto — letteralmente vinto contro chiunque avesse mai tentato quella traversata prima di lei, uomini inclusi — e il mondo cominciava già a smettere di interessarsi.
La Manica è il fatto storico. Non è la storia.
Prima di parlare del Canale, serve un passo indietro. Gertrude Ederle non era una principiante che si era imbarcata in un’impresa folle. Aveva 18 anni quando, alle Olimpiadi di Parigi del 1924, salì sul podio tre volte: un oro con la staffetta 4×100 stile libero, due bronzi nelle gare individuali. Era già, tecnicamente, una delle nuotatrici più forti del mondo.
Il pubblico americano la conosceva. Le riviste la fotografavano. Il talento non era in discussione.
Due anni dopo sceglie di fare qualcosa che nessuna donna aveva mai fatto: attraversare la Manica a nuoto. Ventuno miglia, correnti che cambiano umore ogni ora, acqua che in agosto sfiora i 16 gradi. Un tentativo fallito l’anno prima, nel 1925, quando un allenatore — convinto che stesse annegando — la toccò per tirarla su, invalidando la nuotata. Gertrude Ederle pianse e ricominciò a prepararsi.
Entra in acqua alle 7:09 del mattino, a Cape Gris-Nez, Francia. Ne esce a Kingsdown, Inghilterra, quattordici ore e trentuno minuti dopo.
Il tempo maschile migliore registrato fino a quel momento è di circa due ore in più.
La prima donna ad attraversare la Manica è anche la più veloce di tutta la storia fino a quel momento. In assoluto.
La città le rende omaggio con una sfilata che non lascia dubbi sull’entità dell’impresa. Folla lungo il percorso, coriandoli, discorsi ufficiali. Il sindaco Jimmy Walker la paragona a Giulio Cesare — una comparazione che dice tutto su come certi uomini capiscono le donne, ma lasciamo perdere. I giornali la chiamano “Queen of the Waves”. L’America sa fare le cerimonie.
Gertrude Ederle ha vent’anni. Il mondo è ai suoi piedi.
Dura un giorno. Forse due. Poi i giornali girano pagina.
C’è qualcosa di sistematico in questo meccanismo. Non è fatalità, non è mancanza di attenzione. È il modo in cui il mondo ha storicamente trattato le atlete che fanno qualcosa di troppo grande: le celebra abbastanza da non sentirsi in colpa, poi si dimentica di loro abbastanza in fretta da non dover cambiare niente.
🎬 Da vedere
La ragazza del mare
/ Young Woman and the Sea, 2024
Regia: Joachim Rønning · Con: Daisy Ridley ·
Disney+
· ⭐ 7.5 IMDb · 88% RT
Il film racconta la traversata con ritmo e una Daisy Ridley convincente.
Si ferma però esattamente dove questa storia diventa più interessante:
dopo. L’oblio, la sordità progressiva, i decenni da insegnante di nuoto
per bambini sordi — tutto questo non esiste nella versione Disney.
Vale la pena vederlo, sapendo che la realtà era più complicata e più vera.
Quello che succede dopo è fatto più di assenza che di eventi.
Gertrude Ederle aveva già, da bambina, una perdita uditiva parziale — conseguenza di una malattia. Le ore passate con la testa nell’acqua fredda della Manica, la pressione, l’esposizione prolungata, non aiutano. Negli anni successivi la sordità progredisce. Prima lentamente, poi meno.
Vale la pena essere precisi: il nesso causale tra la traversata e la perdita uditiva non è documentato in modo definitivo (abbaimo solo una progressione clinica accertata e riferimenti medici disponibili). La narrativa biografica tramanda una correlazione. Non è la stessa cosa di una causa certa, e in questa serie non si inventa niente.
A questo si aggiunge un infortunio fisico grave che la costringe lontana dall’agonismo per un periodo prolungato (non si hanno natura e anno precisi dell’infortunio; alcune fonti biografiche collocano l’episodio intorno al 1933). Il corpo che aveva attraversato la Manica non torna più a quello stato.
Poi c’è il capitolo che quasi nessuno racconta.
Per anni, Gertrude Ederle insegna nuoto a bambini con problemi di udito. Non è un’attività che genera titoli. Non è il tipo di storia che finisce sui giornali. Sa cosa vuol dire orientarsi in un mondo che non senti arrivare — sa come si sta nell’acqua quando le istruzioni dall’esterno non arrivano chiare. Lo insegna.
Non è una storia di redenzione. Non ha quel sapore rassicurante che certi racconti cercano. È semplicemente quello che ha fatto, decennio dopo decennio, mentre il mondo si occupava d’altro.
Gertrude Ederle muore il 30 novembre 2003, a Cliff, nel New Jersey. Ha 98 anni.
I necrologi arrivano. Il New York Times pubblica un pezzo. Poi, nel 2018 — quindici anni dopo la sua morte, novantadue anni dopo la traversata — il quotidiano la inserisce nella serie “Overlooked”: quella dedicata alle persone che non erano state omaggiate adeguatamente al momento della morte.
Fermarsi un secondo su questa frase. Una donna che nel 1926 aveva fatto qualcosa che nessun essere umano aveva mai fatto prima, e fatto meglio di chiunque altro al mondo, viene definita “trascurata” nel 2018. Non è ironia. È un dato.
La serie “Le Invisibili” ha raccontato scienziate a cui sono stati sottratti premi, crediti, nomi. Rosalind Franklin, Lise Meitner, Jocelyn Bell Burnell: qualcuno ha preso quello che era loro.
Con Gertrude Ederle il meccanismo è diverso, più sottile. Nessuno le ha rubato il record. Nessuno ha messo un’altra firma sulla traversata. Il mondo ha semplicemente smesso di guardare.
Ed è esattamente lì, in quel gesto di disattenzione organizzata, che si nasconde la stessa dinamica. Non serve negare un’impresa per cancellarla. Basta non parlarne abbastanza. Basta non costruire nessuna infrastruttura culturale intorno a quello che una donna ha fatto. Basta lasciare che la memoria si sgrani da sola.
Gertrude Ederle attraversò la Manica in 14 ore e 31 minuti. Ci vollero quasi cent’anni perché qualcuno si ricordasse di doverlo ricordare.
Gertrude Ederle (1905–2003) è stata la prima donna a nuotare la Manica, il 6 agosto 1926, stabilendo anche il nuovo record assoluto della traversata. In precedenza aveva vinto tre medaglie olimpiche a Parigi 1924, tra cui un oro con la staffetta.
14 ore e 31 minuti, nuotando da Cape Gris-Nez in Francia fino a Kingsdown in Inghilterra. Il suo tempo era inferiore di circa due ore al miglior risultato maschile registrato fino a quel momento.
Problemi fisici e una sordità progressiva la allontanarono dall’agonismo. L’attenzione mediatica si esaurì rapidamente. Trascorse decenni a insegnare nuoto a bambini sordi, lontana dai riflettori. Il New York Times la inserì nella serie “Overlooked” solo nel 2018, quindici anni dopo la sua morte.
Un cluster editoriale di 4EVA dedicato all’Effetto Matilda — il meccanismo per cui i contributi delle donne vengono sistematicamente minimizzati o dimenticati. La serie esplora scienziate e atlete cancellate dalla storia ufficiale.
4EVA · Donne oltre lo sport
Segui la serie “Le Invisibili” su 4EVA: profili, storie e analisi delle protagoniste cancellate dalla narrativa sportiva ufficiale. Ascolta anche la nostra web radio — sport femminile, ogni giorno.
Scritto da: Andrea Rango
Effetto Matilda sport nuoto femminile storia prima donna Manica 1926