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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
C’è un momento nel documentario Althea in cui Billie Jean King guarda in camera e dice che Gibson era la più grande tennista della sua generazione. Lo dice con la stessa semplicità con cui si dichiara un fatto geografico. Poi il film va avanti, e tu resti lì a chiederti: se lo sapevano tutti, perché Althea Gibson è sparita?
Questa è la domanda che il documentario di Rex Miller pone — e che poi, in parte, lascia senza risposta.
Althea (PBS American Masters, 2015, 90 minuti) segue la vita di Althea Gibson dalle strade di Harlem fino ai vertici del tennis mondiale negli anni Cinquanta. Prima donna nera a giocare e vincere a Wimbledon, prima a conquistare gli US Nationals — un decennio prima che Arthur Ashe facesse lo stesso tra gli uomini. Il film è costruito su materiale d’archivio, fotografie e interviste: tra i testimoni, Billie Jean King, il campione di Wimbledon Dick Savitt e Jeanne Moutoussamy-Ashe, vedova di Arthur Ashe.
Ha vinto il Grand Jury Prize come miglior documentario all’American Black Film Festival nel 2015. Uno dei produttori esecutivi è Billie Jean King, che nel film compare anche come voce. Non è un dettaglio neutro: chi produce decide cosa si racconta.
Il materiale d’archivio è eccezionale. Rex Miller ha trovato filmati che non circolano, fotografie che restituiscono il peso fisico di Gibson in campo — quella statura, quella larghezza di spalle, quei movimenti che ESPN, nell’anno di uscita del film, descrisse come simili a quelli di una danzatrice. Quando vedi Gibson giocare, anche in bianco e nero, capisci immediatamente che il campo era il solo posto in cui le veniva permesso di esistere senza doversi spiegare.
Il film gestisce bene la complessità della sua posizione sociale. Gibson non era amata dal movimento per i diritti civili degli anni Cinquanta — era percepita come troppo distante, poco militante, preoccupata di non irritare il mondo bianco del tennis che l’aveva appena accettata. Il documentario non glissa su questo. Lo mostra come la trappola strutturale che era: l’unica donna nera in quell’ambiente doveva essere abbastanza presentabile da essere tollerata e abbastanza silenziosa da non disturbare. Militare avrebbe significato essere espulsa. Non militare significava essere accusata di tradimento.
Non c’è via d’uscita da quella trappola. Il film ha il merito di non fingere che esistesse.
perché Althea Gibson è sparita?
Il documentario si chiude sul trionfo sportivo di Gibson, e in questo tradisce la sua stessa premessa.
La storia più interessante — e più politicamente rilevante — è quella che inizia dopo Wimbledon 1958. Gibson vince tutto quello che il tennis aveva da offrire. E poi il tennis non le offre nulla. Nessun contratto pubblicitario, nessun endorsement, nessuna posizione federale. Le stesse porte che aveva spalancato si richiudono dietro di lei con una precisione che non è distrazione: è sistema.
Miller tocca questo punto, ma con delicatezza eccessiva. Il passaggio alla carriera di golf professionista — unica alternativa economica che Gibson riuscì a costruirsi — viene trattato quasi come una curiosità biografica anziché come la prova più concreta di quanto il tennis l’avesse usata e poi abbandonata. Gibson muore nel 2003, praticamente sola e con serie difficoltà economiche. Questa informazione, nel documentario, arriva quasi di passaggio.
C’è poi un limite strutturale inevitabile: il film è prodotto anche da Billie Jean King, che nel documentario elogia Gibson con evidente sincerità. Ma King è anche parte di quell’establishment tennistico che per decenni non ha fatto abbastanza per tenere viva la memoria di Gibson. La sua presenza come produttrice e testimone simultaneamente non viene problematizzata. Sarebbe stato il gesto editoriale più onesto che il film poteva fare — e non lo fa.
Althea non è disponibile su nessuna piattaforma di streaming italiana. Negli Stati Uniti è accessibile tramite Amazon Prime Video e il servizio OVID. Per spettatori italiani, la via più pratica rimane l’acquisto digitale su Amazon tramite VPN, oppure attendere un’eventuale distribuzione europea che, dieci anni dopo l’uscita, non è ancora arrivata.
Questa assenza dalla distribuzione internazionale è, a suo modo, un’ulteriore ironia: il documentario su una donna che l’industria ha ignorato fatica anch’esso a farsi trovare.
Sì — con la consapevolezza di quello che è: un documentario solido, ben costruito sul piano archivistico, che racconta la prima metà della storia di Gibson meglio di qualsiasi altro materiale disponibile, e la seconda metà con meno coraggio di quanto la storia meriterebbe.
Il 7.5 su IMDb è onesto. È un film che fa il suo lavoro senza osare di più. Per chi vuole capire chi era Althea Gibson, è il punto di partenza obbligato. Per chi vuole capire perché Gibson è scomparsa dalla memoria collettiva, è solo il primo capitolo — e il capitolo più scomodo non lo troverete qui.
Al momento non è disponibile su nessuna piattaforma italiana. Negli Stati Uniti è reperibile su Amazon Prime Video e OVID. Per spettatori italiani, la via più pratica è l’acquisto digitale tramite Amazon US.
Il documentario è diretto da Rex Miller e prodotto da Rexpix Media. È andato in onda su PBS il 4 settembre 2015 nell’ambito della serie American Masters. Tra i produttori esecutivi c’è Billie Jean King, che appare anche come testimone nel film.
Althea Gibson (1927-2003) è stata la prima donna nera a giocare e vincere a Wimbledon e agli US Nationals, un decennio prima che Arthur Ashe facesse lo stesso tra gli uomini. Nonostante i trionfi, non ottenne mai contratti commerciali e scomparve rapidamente dalla memoria sportiva collettiva.
Sì. Ha vinto il Grand Jury Prize come miglior documentario al 19° American Black Film Festival nel 2015. Su IMDb è valutato 7.5/10.
4EVA · Donne oltre lo sport
Documentari, film, serie: raccontiamo le atlete che il cinema ha provato a immortalare — e quello che ha scelto di non dire.
Scritto da: Andrea Rango
Althea 2015 PBS Althea Gibson film Rex Miller documentario tennis