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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Nelle due settimane dello US Open, a New York, la WTA ha messo dei numeri sul tavolo davanti ai propri interlocutori. Quei numeri dicono che a fine anno il circuito avrà quindici milioni di dollari in cassa e una perdita operativa da ventitré. Se il ritmo restasse questo, i conti andrebbero in rosso nell’autunno del 2027.
Li ha rivelati il Telegraph il 9 settembre, in un’inchiesta di Simon Briggs basata anche sulle dichiarazioni fiscali di WTA Tour Inc. Non sono stime esterne: sono cifre che la WTA ha presentato lei stessa.
Una premessa, perché in Italia la notizia è girata male. La WTA non è in bancarotta e nessuno ha annunciato la fine di qualcosa. I quarantasei milioni citati da diversi rilanci non sono la somma di due anni di perdite future: sono il titolo di una tabella storica sui conti del circuito. La proiezione vera riguarda l’autunno 2027.
La serie ricostruita dal Telegraph racconta un’organizzazione che non ha mai trovato un equilibrio stabile.
Il 2025 non compare nella tabella pubblicata. Ma il dato che salta all’occhio è un altro: i ricavi proiettati per quest’anno sono sotto di trenta milioni rispetto al 2024. Non è solo una questione di costi. È il fatturato che si contrae.
Sopra a tutto pesa una scadenza. Nel 2023 la WTA ha venduto a CVC il venti per cento delle proprie attività commerciali per centocinquanta milioni di dollari distribuiti su cinque anni: trenta milioni l’anno. Il 2027 è l’ultimo. Il Telegraph osserva che quel denaro ha tenuto in piedi la WTA senza però darle stabilità: quando finisce, sparisce una voce che da sola vale più della perdita corrente.
Una fetta rilevante del buco di cassa di quest’anno viene dalla chiusura anticipata dell’accordo triennale per le Finals in Arabia Saudita.
Il Telegraph è netto su cosa quella scelta abbia comportato. Lo spostamento in California risolve il problema dei diritti umani e porterà molto più pubblico sugli spalti. Ma l’evento di Indian Wells, a novembre, dovrà essere finanziato in larga parte dalla WTA stessa — a Riyadh a pagare era l’organizzatore. Il montepremi di quest’anno è atteso circa un terzo sotto quello dell’ultima edizione saudita.
Vale la pena ricordare chi si era opposto a quell’accordo. Quando la WTA annunciò le Finals a Riyadh, Martina Navratilova e Chris Evert scrissero una lettera congiunta chiedendo di riconsiderare la decisione: la ritenevano “incompatible with the spirit and purpose of women’s tennis”, e citavano il trattamento riservato nel paese alle donne e alle persone LGBTQ.
Due anni dopo la WTA ha fatto quello che chiedevano. E adesso paga il conto.
Ma sarebbe comodo fermarsi qui, e non sarebbe onesto. Il problema strutturale è un altro, ed è il cuore di tutta la vicenda.
Cinquantatré anni dopo la fondazione del circuito da parte di Billie Jean King, il mercato continua a valutare il tennis maschile molto più di quello femminile. I quattro Slam fanno eccezione e pagano uguale. Ma nei tornei combinati — Miami, Madrid — gli organizzatori sostengono che il prodotto ATP valga tanto di più da giustificare montepremi femminili pari a circa il quaranta per cento di quelli maschili.
La differenza, in parte, la mette la WTA. Nel 2023 il Telegraph rivelò che il circuito investiva venticinque milioni di sterline di denaro proprio per avvicinare le due cifre. Tre anni dopo la situazione non è cambiata in modo sostanziale.
Ecco cosa significa, tradotto: una parte del rosso della WTA è il costo di far sembrare paritaria una struttura economica che paritaria non è.
Nel frattempo le disparità restano intatte ai piani bassi. Nel 2024 Katie Boulter e Alex De Minaur — oggi sposati — hanno vinto due tornei 500 nella stessa settimana. Lei ha incassato 142.000 dollari a San Diego, lui 415.125 ad Acapulco: quasi il triplo.
C’è poi una responsabilità che non si può scaricare sul mercato.
Le giocatrici, commercialmente, funzionano. Coco Gauff ha guadagnato ventotto milioni di dollari fuori dal campo nell’ultimo anno secondo Forbes. Emma Raducanu ha un contratto Uniqlo da 2,6 milioni di sterline. L’abito che Nike ha disegnato per Alex Eala allo US Open è andato esaurito prima della canotta di Carlos Alcaraz.
Eppure l’ATP elenca diciotto partner commerciali sul proprio sito. La WTA ne ha sei — e nessuno è un marchio rivolto specificamente alle donne. Il basket femminile e il rugby femminile hanno firmato con aziende di cosmetica; il tennis, che di atlete-icona ne ha più di chiunque, quel terreno non l’ha mai toccato.
Un’apertura c’è stata a fine 2025, quando Mercedes-Benz è diventata premier partner con cinquanta milioni di dollari su un orizzonte fino a dieci anni, in un accordo pensato anche per sostenere la parità di montepremi nei combinati entro il 2027. Ma è un accordo solo.
E la via d’uscita più ovvia si è chiusa: il progetto di fusione commerciale con l’ATP è naufragato anche perché alla WTA veniva proposta una divisione ottanta-venti sugli asset esistenti.
Valerie Camillo, chairman da meno di un anno, eredita tutto questo insieme. Chi la osserva da vicino parla di una buona impressione iniziale e di tagli ai costi significativi attesi nei prossimi dodici mesi.
Ma il nodo non è gestionale. Una federazione che spende venticinque milioni di sterline l’anno per coprire un divario che gli organizzatori si rifiutano di colmare non ha un problema di efficienza: ha un problema di potere contrattuale.
Il tennis è stato per decenni il modello a cui tutto lo sport femminile guardava. Se anche lì i conti non tornano, la domanda smette di riguardare solo la WTA.
No. Il Telegraph riporta che, se il ritmo attuale delle perdite proseguisse senza tagli, i conti andrebbero in rosso nell’autunno 2027. Non è stata annunciata alcuna insolvenza.
Per tre ragioni combinate: la chiusura anticipata dell’accordo con Riyadh, la fine imminente dei 30 milioni annui versati da CVC e il denaro proprio investito per colmare il divario di montepremi nei tornei combinati.
Nei quattro Slam i montepremi sono uguali dal 2007. Nei tornei combinati come Miami e Madrid le giocatrici ricevono circa il 40% di quanto percepiscono i colleghi maschi.
Il 2027 è l’ultimo anno dei 30 milioni di dollari annui previsti dall’accordo del 2023, con cui la WTA ha ceduto il 20% delle proprie attività commerciali per 150 milioni su cinque anni.
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Scritto da: Andrea Rango
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