Cinema

Recensione “Le Nuotatrici”, cosa il film non ha osato dire

today22 Maggio 2026 7

Sfondo
share close

Sally El Hosaini sa come stare in acqua. Non in senso metaforico — la regista britannica di origini egiziane costruisce le sequenze acquatiche de Le nuotatrici con una fisicità che difficilmente dimentichi. Vedi le braccia di Yusra che fendono l’acqua in vasca, poi quelle stesse braccia che spingono un gommone nel Mar Egeo di notte. Il film vuole che tu senta la differenza tra quelle due acque. Per lo più, ci riesce.

Il film in tre righe

Le nuotatrici (The Swimmers, 2022, Netflix) segue Yusra e Sara Mardini dalla Siria del 2015 fino alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. Damasco, la fuga, il Libano, la Turchia, il Mediterraneo, la Germania. Il cast principale è composto da Nathalie Issa nei panni di Yusra e Manal Issa in quelli di Sara — sorelle nella vita reale che interpretano sorelle sullo schermo. Questa scelta funziona: c’è qualcosa nei loro scambi che nessuna tecnica recitativa costruita a tavolino avrebbe potuto replicare.

Il film è girato in arabo, inglese e tedesco. El Hosaini non semplifica la lingua per il pubblico occidentale. È già una presa di posizione.

Cosa funziona

La traversata dell’Egeo è girata senza ornamenti. Non estetizzata, non glorificata nel modo in cui il cinema tende a rendere bella anche la tragedia. L’acqua è fredda, è buia, è affollata di paura. La macchina da presa rimane con le sorelle — non sale mai a riprendere dall’alto come se stesse illustrando un’epopea. È la scelta di regia più onesta del film, e basta da sola a giustificare la visione.

Le performance delle Issa reggono anche nei momenti narrativamente più fragili: la Germania che non è l’Europa immaginata, il centro profughi, la burocrazia che rallenta tutto. Nathalie, in particolare, rende visibile la stanchezza di dover essere sempre brillante, sempre grata, sempre fotogenica per un sistema che ha bisogno di storie belle da raccontare. È un dettaglio recitativo preciso — e molto più politico di quanto sembri.

El Hosaini gestisce bene anche il ritmo della dinamica familiare. Il rapporto tra le due sorelle non è mai edulcorato. Sara è la più dura, la più difficile da inquadrare narrativamente. Il film non lo nasconde. Le lascia quella rudezza, che è la cosa più rispettosa che potesse fare.

Cosa manca

Le nuotatrici esce nel 2022. Sara Mardini era stata arrestata nel 2018, processata, e il suo caso era ancora aperto. Il film sceglie di non raccontarlo — si chiude con il trionfo olimpico di Yusra, Sara sugli spalti, la musica che sale. Un finale cinematograficamente comprensibile. Anche un finale che taglia la parte più importante della storia reale.

Il 15 gennaio 2026 Sara è stata assolta all’unanimità da tutte le accuse dalla Corte d’Appello di Mitilene. Quasi otto anni di processo per aver salvato naufraghi. Se guardi questo film oggi, devi sapere che quello che vedi sullo schermo non è il finale — è la parte che l’industria dell’intrattenimento ha trovato abbastanza confortante da raccontare. Non è una colpa dei filmmaker. È un limite strutturale del cinema biopic: arriva sempre prima che la storia finisca.

C’è anche un altro problema, più sottile. Il film tende a centralizzare Yusra più di Sara. Narrativamente è comprensibile — le Olimpiadi offrono un finale visivo potente, una struttura che il cinema sa usare. Ma questa scelta replica esattamente quella gerarchia di visibilità tra le due sorelle che la storia reale mette in discussione. Yusra è celebrata perché è celebrabile. Sara è complicata. Il cinema sceglie Yusra, con tutta la gentilezza possibile, ma la sceglie.

Il risultato è un film che onora le Mardini mentre, senza volerlo, ridisegna la stessa linea che aveva già diviso le loro storie.

Vale la pena vederlo?

Sì. Con questi occhi aperti.

Le nuotatrici è emotivamente rigoroso nelle sequenze che contano e interpretato con una naturalezza che il cinema mainstream fatica a trovare quando racconta rifugiati. Non li riduce a simboli. Li lascia essere persone con talento, contraddizioni e rabbia. Il 7,4 su IMDb e l’83% su Rotten Tomatoes riflettono un film che funziona senza essere straordinario — solido, onesto nei suoi limiti, a tratti capace di qualcosa di più.

Non ha la potenza formale dei migliori documentari sportivi. Non è un capolavoro. È un film che sa da che parte stare, e lo dimostra nelle scene che avrebbe potuto scegliere di girare diversamente.

Poi chiudi Netflix e cerchi cosa è successo a Sara dopo il 2022. Quella ricerca è la parte più importante che il film non fa per te — e il motivo per cui questo articolo esiste.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

Rate it