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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Calcio Femminile Internazionale
Il 27 luglio Esther González ha risolto consensualmente il contratto con il Gotham FC. Il club statunitense ha parlato di questioni personali da sistemare in Spagna. Poche settimane dopo è arrivato l’annuncio: firma con l’Al-Qadsiah, Saudi Women’s Premier League, fino al 2027.
Nei giorni successivi dai suoi profili social sono sparite le foto con la moglie, Estefanía Cruz, sposata tre anni fa, e con il figlio nato a inizio 2026. Fino a quel momento la calciatrice non aveva mai nascosto la propria famiglia.
Cosa sia successo esattamente, non lo sappiamo. González non ha spiegato nulla. Il club non ha commentato. Non esiste alcuna richiesta documentata da parte della società saudita. Le ipotesi possibili restano almeno tre — una condizione contrattuale, una scelta autonoma di tutela, un consiglio legale — e nessuna è verificabile.
Questo articolo non serve a stabilire quale sia. Serve a guardare il contesto in cui una scelta del genere diventa necessaria.
La Saudi Women’s Premier League ha chiuso ad aprile la sua quarta stagione, vinta dall’Al-Nassr. Il campionato conta oltre duecento calciatrici provenienti da più di venti nazionalità. Undici club sauditi hanno completato la privatizzazione, con altre operazioni in corso. Nell’ottobre 2025 MBC Group ha firmato con la federazione un accordo per trasmettere le partite in tutto il Medio Oriente e Nord Africa per due stagioni.
La vicepresidente della federazione, Lamia Bahaian, ha descritto il calcio femminile come uno dei segmenti più dinamici del progetto sportivo nazionale. I numeri le danno ragione: alcuni club hanno ormai strutture complete, con prime squadre, settori giovanili e futsal.
L’Al-Qadsiah, il club di González, è lo stesso che poche settimane fa ha trattato con l’Inter l’acquisto della difensora Marija Ana Milinković. La cifra circolata — due milioni di dollari, mai confermata dalle società — sarebbe stata la più alta di sempre per il trasferimento di una calciatrice.
Non è più un campionato marginale che raccoglie fine carriera. È un compratore che entra nelle trattative dei club europei e a volte le vince.
Nello stesso paese, la prima legge sullo statuto personale — approvata nel 2022, l’8 marzo, giorno internazionale dei diritti delle donne — codifica formalmente il sistema di guardianato maschile. Lo documenta Human Rights Watch: le donne devono ottenere il permesso di un tutore maschile per sposarsi e devono “obbedire” al marito. Il permesso resta necessario anche per uscire di prigione o accedere ad alcune prestazioni di salute sessuale e riproduttiva.
L’Arabia Saudita non ha una legge antidiscriminazione. Le autorità reprimono i diritti delle persone LGBT e hanno eliminato il dibattito su genere e sessualità dalla sfera pubblica, incluso lo spazio online. Nel Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum il paese figura al 132° posto su 146.
Questi due fatti convivono senza risolversi: un investimento reale e crescente nello sport femminile, e un impianto normativo che tratta le donne come soggetti a capacità limitata e criminalizza le relazioni tra persone dello stesso sesso.
Non è la prima volta. Nel 2023 Jordan Henderson lasciò il Liverpool per l’Al-Ettifaq dopo anni di sostegno pubblico alle campagne LGBTQ+, e venne investito da critiche molto simili. Tornò in Europa dopo pochi mesi.
La differenza è che Henderson aveva sostenuto una causa. González quella causa la vive addosso. Il costo, per lei, non è reputazionale: è la sottrazione quotidiana di una parte della propria vita dallo spazio pubblico.
Le critiche di questi giorni si sono concentrate su di lei: sui suoi principi, sulla sua presunta complicità. È il riflesso più immediato e, a nostro giudizio, il meno utile.
Nessuna delle decisioni che hanno creato questa situazione è stata presa da Esther González. Non ha scritto lei la Personal Status Law. Non ha deciso lei che il fondo sovrano saudita comprasse mezzo sistema sportivo mondiale. Non ha stabilito lei che la FIFA assegnasse i Mondiali 2034 a un paese che HRW documenta anno dopo anno.
Ha ricevuto un’offerta, in un mercato dove le finestre di guadagno per una calciatrice restano corte e la carriera finisce presto. E si è trovata a gestire da sola le conseguenze di una contraddizione costruita da altri, molto più grandi di lei.
Il conto lo pagano le atlete. Una alla volta, in silenzio, cancellando fotografie.
Quello che manca, in tutta questa vicenda, è una posizione delle istituzioni. Cosa prevedono i contratti che i club sauditi propongono alle calciatrici straniere sul piano della vita privata? Esistono clausole in merito? La FIFPRO, il sindacato mondiale dei calciatori, ha strumenti per tutelare chi si trasferisce in giurisdizioni dove la propria famiglia non ha riconoscimento legale?
Non ci risulta che qualcuno abbia posto pubblicamente queste domande alle federazioni. Finché non lo si fa, il carico resta interamente sulle spalle di chi firma.
Dopo il trasferimento dal Gotham FC al club saudita Al-Qadsiah, dai suoi profili social sono scomparse le foto con la moglie e il figlio. La calciatrice non ha spiegato pubblicamente i motivi.
La Saudi Women’s Premier League conta oltre 200 calciatrici di più di 20 nazionalità, undici club privatizzati e un accordo televisivo con MBC Group per la diffusione in Medio Oriente e Nord Africa.
Secondo Human Rights Watch, la Personal Status Law del 2022 codifica il guardianato maschile. Il paese non ha una legge antidiscriminazione ed è al 132° posto su 146 nel Global Gender Gap Report 2025.
Nel 2023 Jordan Henderson fu criticato per il passaggio dal Liverpool all’Al-Ettifaq dopo aver sostenuto pubblicamente campagne a favore dei diritti LGBTQ+. Tornò in Europa pochi mesi dopo.
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Continuiamo a raccontare dove i soldi dello sport incontrano i diritti delle persone, senza sconti a nessuno.
Scritto da: Andrea Rango
Al-Qadsiah calciatrici straniere Saudi Women's Premier League diritti sportswashing calcio femminile