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Rosalind Franklin: la foto che cambiò la biologia

today13 Gennaio 2026 8

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Gennaio 1953. Una foto. Pochi secondi.

James Watson entra al King’s College di Londra. Non è lì su invito di Rosalind Franklin — i rapporti tra lei e il laboratorio di Maurice Wilkins sono tesi da mesi. Ma Wilkins ha qualcosa da mostrargli. Una fotografia. La 51ª che Franklin e il suo studente Raymond Gosling hanno ottenuto dirigendo raggi X su una fibra di DNA. Cento ore di esposizione per ottenere quell’immagine. Cento ore di lavoro meticoloso, tecnico, solitario.

Watson la guarda per pochi secondi.

Dopo aver visto la fotografia, Watson dirà: “La mia mascella si spalancò e il mio polso cominciò ad accelerare.”

Rosalind Franklin non sa che quella foto è stata mostrata. Non è stata consultata. Non ha dato il permesso. Non lo saprà mai.

Chi era Rosalind Franklin

Nata a Londra il 25 luglio 1920, in una famiglia ebrea benestante, Rosalind Franklin capisce a quindici anni che vuole fare la scienziata. Non è una dichiarazione romantica — è una decisione. Si laurea in chimica a Cambridge nel 1941, lavora per anni sulla struttura del carbone e della grafite, poi si trasferisce a Parigi dove impara la cristallografia a raggi X, una tecnica ancora giovane che permette di fotografare la struttura interna delle molecole.

Rientra in Inghilterra nel 1951. La assumono al King’s College di Londra per studiare il DNA con la diffrazione a raggi X. È brava. È precisa. È metodica in un modo che i suoi colleghi descriveranno, a seconda dell’umore, come rigore scientifico o come difficoltà di carattere.

Il conflitto con Maurice Wilkins nasce quasi subito — lui crede che lei sia lì per affiancarlo, lei è convinta di dirigere una ricerca autonoma. Non si parleranno quasi più. È in questo clima che, tra il 1951 e il 1952, Rosalind Franklin produce alcune delle immagini più nitide del DNA mai ottenute fino ad allora.

La Foto 51

La Foto 51 è una foto di diffrazione dei raggi X scattata da Raymond Gosling sotto la supervisione di Rosalind Franklin nel maggio 1952. È stata etichettata come “foto 51” perché era la 51ª fotografia di diffrazione che Franklin e Gosling avevano scattato. È stata una prova fondamentale per identificare la struttura del DNA.

Quello che mostra è una X netta, simmetrica, perfetta — la firma della struttura a doppia elica. Franklin lo sa. Sta lavorando per raccogliere abbastanza dati da poter pubblicare un’analisi completa. Fa scienza nel modo in cui lei ha sempre fatto scienza: nessun salto, nessuna conclusione prima dei dati, nessuna fretta.

Nel frattempo, a Cambridge, Watson e Crick costruiscono modelli teorici. Sanno che la struttura è elicoidale, ma non hanno la prova sperimentale definitiva. Ne hanno bisogno.

La trovano in una foto che non è loro.

Quello che succede davvero

Nel gennaio 1953, Wilkins mostra a Watson delle copie di fotografie in parte scattate da Franklin, in particolare la Foto 51, ottenuta però da Raymond Gosling. Watson la vede. Torna a Cambridge. Lui e Crick accelerano il lavoro sul modello.

Il 25 aprile 1953, Nature pubblica tre articoli nella stessa uscita: il modello di Watson e Crick, un articolo di Wilkins con le sue analisi, e — terzo, in posizione di conferma — l’articolo di Franklin e Gosling con la Foto 51. Inizialmente considerato una conferma della teoria della doppia elica, oggi possiamo affermare che ha avuto un ruolo cruciale nella sua ideazione.

Franklin non viene consultata sull’ordine di pubblicazione. Il suo articolo esce dopo quello degli uomini che hanno usato i suoi dati.

Vale la pena essere precisi: ricerche più recenti, pubblicate su Nature nel 2023 dagli storici Matthew Cobb e Nathaniel Comfort, mostrano che la scoperta fu più intrecciata di quanto la narrazione del “furto semplice” suggerisca. Franklin stava convergendo verso la stessa soluzione. Il contributo di tutti fu reale. Ma l’uso della Foto 51 senza il suo consenso rimane un fatto documentato e, con gli standard etici della scienza moderna, inaccettabile.

Il Nobel che non arriva

Nel 1962, il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina va a James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins. Quando il Nobel viene assegnato, il nome di Rosalind Franklin non viene nemmeno menzionato nel discorso ufficiale.

Non poteva essere nella foto di Stoccolma. Era morta quattro anni prima, il 16 aprile 1958. Tumore alle ovaie. Trentasette anni. Quasi certamente provocato dalla sovraesposizione ai raggi X durante gli anni di ricerca.

Il Nobel non si assegna postumo. Non le sarebbe andato comunque.

Il libro, la caricatura, la rivincita lenta

Nel 1968, Watson pubblica La doppia elica, resoconto autobiografico della scoperta. Franklin vi compare come “la terribile e bisbetica Rosy”, descritta come una donna non attraente e dal carattere pessimo, molto gelosa del proprio lavoro. Il libro diventa un bestseller. Quella descrizione si incolla alla figura di Franklin per anni.

La rivincita arriva lentamente, attraverso biografie, documentari, ricerche storiche. Nel 2002, Brenda Maddox pubblica Rosalind Franklin: The Dark Lady of DNA — la prima ricostruzione completa e documentata della sua vita. Nel 2015, lo spettacolo teatrale Photograph 51 va in scena a Londra con Nicole Kidman nel ruolo di Franklin. Oggi il suo nome è sulle copertine dei libri di scienze, su laboratori universitari, su un rover della NASA.

Sono riconoscimenti reali. Arrivati settant’anni tardi.

Quello che la Foto 51 ci dice ancora

La storia di Rosalind Franklin è comoda da raccontare come storia di un torto subito. Ed è anche quello. Ma è qualcosa di più sottile: è la storia di una scienziata che lavorava in un sistema che non aveva costruito spazi per lei. Esclusa dai confronti informali tra colleghi — fondamentali per lo scambio di idee — per ragioni di genere e clima sociale. Costretta a difendere la propria autonomia di ricerca in un laboratorio che la considerava una collaboratrice, non una leader.

La Foto 51 ha cambiato la biologia. Rosalind Franklin l’ha scattata con cento ore di raggi X, con anni di formazione, con una precisione tecnica che i suoi colleghi stessi hanno riconosciuto. Che quella foto sia arrivata nelle mani di Watson attraverso un corridoio e senza il suo consenso è il dettaglio che racconta tutto.

Non è bastata una vita. Ne è servita un’altra, di generazione, per ricominciare a dirlo ad alta voce.

 

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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