Approfondimento

Natalie du Toit: la nuotatrice che sfidò gli oceani

today9 Maggio 2026 7

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Bacino di Shunyi, Pechino, 20 agosto 2008. Alla partenza della 10 km in acque aperte ci sono 25 nuotatrici. Una sola ha la gamba sinistra amputata. Si chiama Natalie du Toit, ha 24 anni, viene da Città del Capo. Sette anni prima un’auto le aveva spazzato via il sogno olimpico. Ora è lì, contro le normodotate, in una distanza che non perdona nulla. Due ore dopo arriverà sedicesima, a soli cinque secondi dalla campionessa del mondo.


A Pechino, quel pomeriggio d’agosto, c’erano venticinque atlete in acqua. Una sola con una gamba sola. Eppure a guardare Natalie du Toit nella partenza non si capiva. La sudafricana entra in acqua come tutte le altre, parte come tutte le altre, taglia le bracciate come tutte le altre. La differenza la vedono solo gli arbitri al check-in, quando la 24enne di Città del Capo si toglie la protesi a terra prima di tuffarsi.

Quella gara dura due ore e quarantanove secondi. La vince la russa Larisa Ilchenko, campionessa mondiale dei 5 e dei 10 km, in 1h59’27”. Natalie du Toit chiude sedicesima. Davanti a nove nuotatrici normodotate. Cinque secondi dietro alla vincitrice. Per chi conosce il nuoto in acque aperte, dove ogni metro pesa il doppio, dove le boe diventano ring e il ritmo è una guerra di logoramento, questa è una delle imprese più sottovalutate della storia olimpica recente.

Ma per capire perché Natalie du Toit era lì, in quel bacino, contro quelle avversarie, bisogna tornare indietro. A Sydney 2000, al Commonwealth, a Città del Capo. E poi al 5 marzo 2001, il giorno in cui i medici le amputarono la gamba sinistra.

La promessa di un’adolescente

Cape Town, fine anni Novanta. Natalie du Toit ha l’acqua nel sangue. A quattordici anni è già abbastanza forte da rappresentare il Sudafrica ai Giochi del Commonwealth del 1998 a Kuala Lumpur. A sedici anni, nel 2000, manca la qualificazione per le Olimpiadi di Sydney per un soffio. In tre gare diverse. Sembra solo questione di tempo: alle prossime, nel 2004, ci sarà.

Le mattine di Natalie sono sempre le stesse. Sveglia all’alba, allenamento in piscina, scuola, allenamento, casa. È una routine che migliaia di nuotatori conoscono bene. È una routine che anche quel mattino di febbraio 2001 sembra normale.

Tornando a scuola dopo la sessione del mattino, in sella al suo scooter, Natalie arriva a un incrocio di Cape Town. Un’auto le passa sopra. L’impatto è devastante: la gamba sinistra è frantumata. I medici al Constantiaberg Medi-Clinic provano a salvarla con interventi successivi. Niente da fare. Cinque giorni dopo, la decisione: serve l’amputazione, altrimenti l’infezione la ucciderà.

Il 5 marzo 2001 Natalie du Toit viene operata. Ha diciassette anni. Il sogno olimpico, in quel momento, sembra finito.

Tre mesi dopo, di nuovo in acqua

Le storie di rinascita hanno spesso una pausa. Un periodo di silenzio, di lutto, di ricostruzione. Quella di Natalie du Toit no. Tre mesi dopo l’amputazione, a maggio 2001, è di nuovo in piscina. Senza protesi — in acqua non serve, anzi rallenta — riprende a nuotare. Il corpo è diverso, la propulsione è diversa, la simmetria è andata. Ma le bracciate, quelle, sono ancora lì.

Lavora con i tecnici per ridisegnare la nuotata. Sposta il baricentro sulla parte alta del corpo, potenzia braccia e tronco. La gamba destra deve compensare quanto la sinistra non può più dare, e questo le procurerà crampi cronici nelle gare lunghe per tutta la carriera. Ai blocchi, dove serve la spinta delle gambe, parte sempre con uno svantaggio. Lo recupera, sempre, in vasca.

Diciotto mesi dopo l’amputazione, ai Giochi del Commonwealth del 2002 a Manchester, Natalie du Toit fa qualcosa che nessuno aveva mai fatto. Vince i 50 e i 100 stile libero “multi-disability” con due record del mondo. Ma soprattutto, si qualifica per la finale degli 800 stile libero gareggiando contro nuotatrici normodotate. È la prima atleta amputata della storia a entrare in una finale di una grande competizione internazionale di nuoto. Non vince, ma chiude ottava. Il suo tempo, paragonato a quello che faceva prima dell’incidente, è clamoroso.

A fine Giochi, Manchester le consegna il David Dixon Award, il premio per l’atleta più straordinaria di quella edizione. Non quello per gli atleti paralimpici. Quello assoluto.

Atene 2004 e Pechino 2008: una pioggia di medaglie

Natalie du Toit voleva le Olimpiadi. Atene 2004, però, sfuma: non riesce a strappare il pass. Ma le Paralimpiadi della stessa estate sono il suo trionfo: cinque ori (50, 100 e 400 stile libero S9, 100 farfalla S9, 200 misti SM9) e un argento. Cinque ori in una sola edizione. È la regina paralimpica del nuoto.

Quattro anni dopo, a Pechino, accade quello che nessuno aveva osato pronosticare. Il 3 maggio 2008, ai Mondiali di Open Water di Siviglia, Natalie chiude quarta nei 10 km in acque aperte contro tutte le migliori del mondo. Quel piazzamento le dà il pass olimpico. Diventa, dopo il ginnasta tedesco-americano George Louis Eyser — che a St. Louis 1904 vinse sei medaglie con una protesi di legno — la prima atleta amputata a qualificarsi per un’Olimpiade dopo oltre un secolo.

Il Comitato olimpico sudafricano la sceglie come portabandiera per la cerimonia d’apertura dei Giochi. Tre settimane dopo, sceglierà di nuovo lei come portabandiera per le Paralimpiadi. È l’unica atleta nella storia ad aver portato la bandiera del proprio Paese in entrambe le cerimonie nello stesso anno.

A Pechino, in piscina paralimpica, fa altri cinque ori. In acque libere olimpiche, sedicesima. La gara dei 10 km, alla sua prima edizione olimpica, è una delle più dure di tutta la rassegna: oltre due ore di nuoto continuo in un bacino artificiale, sotto un caldo asfissiante, con boe da girare a gomitate. Natalie tiene il gruppo di testa per metà gara. Poi i crampi. Eppure chiude a 5 secondi dalla vincitrice. Cinque.

L’anno dopo, ai Mondiali di Roma 2009, gareggia ancora contro le normodotate. Sia nella 5 km che nella 10 km. Le acque aperte sono diventate la sua casa, lo spazio dove la disabilità conta meno e dove la testa conta tutto.

Quello che resta

Natalie du Toit ha continuato a vincere fino al ritiro: oro nei 100 farfalla S9 e nei 100 stile libero S9 al Commonwealth di Delhi 2010, ancora medaglie a Londra 2012 (l’ultima è un argento nei 100 stile libero S9). Si è ritirata il 7 settembre 2012, tre settimane prima dei suoi ventinove anni, dopo undici medaglie paralimpiche, decine di titoli e una laurea in genetica e fisiologia all’Università di Cape Town.

Oggi tiene conferenze nelle scuole. Racconta l’incidente, l’amputazione, il ritorno in vasca. Cita una poesia di Benjamin Mays che teneva attaccata al muro durante gli anni dell’agonismo: “La tragedia della vita non sta nel non raggiungere i tuoi obiettivi. La tragedia sta nel non avere obiettivi da raggiungere”. Dice una cosa semplice ma vera: i limiti, quasi sempre, sono nella testa di chi guarda, non in chi nuota.

Ai Giochi di Pechino 2008, dopo aver tagliato il traguardo della 10 km, le hanno chiesto se quel sedicesimo posto fosse una vittoria o una sconfitta. La sua risposta è ancora la cosa migliore che si possa dire su quella gara: “Aver perso la gamba non ha cambiato nulla delle mie aspettative”.

Cinque secondi. Tanto la separavano dall’oro olimpico, tra normodotate. Per molti sarebbe l’amarezza più grande di una vita. Per lei è stato semplicemente il punto da cui ripartire la mattina dopo.

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Scritto da: 4EVA Redazione

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