Approfondimento

Nujeen Mustafa: dalla Siria alla Germania in carrozzina

today19 Gennaio 2026 5

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Estate 2015. Un gommone gonfiabile carico di rifugiati siriani lascia la costa turca verso l’isola greca di Kos. È notte. Il mare Egeo in agosto può sembrare calmo, ma quei gommoni non sono progettati per quel peso, per quella distanza, per quel numero di persone.

A bordo c’è anche Nujeen Mustafa. Ha 14 anni. Ha la spina bifida dalla nascita e usa una sedia a rotelle da sempre. Sua sorella Nasrine le tiene la mano. Suo fratello Mustafa fissa l’orizzonte.

Non sa nuotare. Non lo sa quasi nessuno su quel gommone.

Arrivano.

Manbij, la stanza, il televisore

Nujeen Mustafa è nata a Manbij, città nel nord della Siria, quarta di sette figli. La spina bifida le ha impedito di camminare, e in una città siriana senza strutture accessibili, questo significa anche non poter andare regolarmente a scuola. Nujeen impara dentro casa, da sola, con quello che trova.

Quello che trova è la televisione.

Guarda soap opera americane ore e ore ogni giorno. Days of Our Lives diventa il suo manuale d’inglese. Nessuna grammatica, nessun insegnante — solo personaggi che litigano, si innamorano e si tradiscono in una lingua che lei smonta e rimonta pezzo per pezzo. A 14 anni parla inglese meglio di molti suoi coetanei che hanno frequentato scuola regolarmente.

La guerra civile siriana inizia nel 2011. Manbij cambia faccia lentamente, poi rapidamente. Nel 2015 la situazione diventa insostenibile. La famiglia Mustafa decide di partire.

La rotta dei Balcani, su quattro ruote

Il percorso che migliaia di siriani fanno nel 2015 è già brutale a piedi. Turchia, mare Egeo, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania. Confini che cambiano regole ogni settimana. Campi sovraffollati. Polizia. Filo spinato.

Nujeen quel percorso lo fa su una sedia a rotelle, spinta da suo fratello Nasir.

Non è una metafora. È letterale: Nasir spinge la sedia a rotelle di Nujeen per migliaia di chilometri, su asfalto, su fango, su strade sterrate, dentro stazioni ferroviarie caotiche, attraverso campi profughi improvvisati. Ogni ostacolo che per un rifugiato è faticoso, per Nujeen è un problema logistico che richiede una soluzione immediata.

Le soluzioni le trovano ogni volta.

Il confine che non si passa

Ci sono momenti nel percorso in cui Nujeen capisce che alcune frontiere non sono pensate per lei. Non solo le frontiere geografiche — anche quelle invisibili che separano chi viene aiutato da chi viene ignorato, chi viene visto come persona da chi viene visto come problema.

A un confine, le guardie non vogliono lasciarla passare. Una sedia a rotelle rallenta le file, complica la gestione. Suo fratello non si muove. Sua sorella non si muove. Aspettano.

Passano.

La sedia a rotelle non è mai un limite nella testa di Nujeen. È un oggetto nel mondo che il mondo non ha ancora imparato a gestire. La differenza è enorme.

Colonia, Germania

La famiglia Mustafa arriva in Germania alla fine del 2015. Si stabiliscono nell’area di Colonia. Nujeen inizia a imparare il tedesco — terza lingua, dopo l’arabo e l’inglese imparato dalle soap opera. Comincia ad andare a scuola regolarmente per la prima volta nella sua vita.

Nel 2016 la giornalista Christina Lamb — la stessa che ha scritto Sono Malala con Malala Yousafzai — incontra Nujeen e rimane colpita dalla sua storia. Lavorano insieme per mesi. Il risultato è Nujeen, pubblicato da HarperCollins nello stesso anno.

Il libro è scritto in prima persona, con la voce di Nujeen. Non è un reportage sulla guerra siriana, anche se la guerra c’è. Non è un documento sul dramma dei rifugiati, anche se i rifugiati ci sono. È la storia di una ragazza curiosa, ironica, ostinata, che si è formata con le soap opera americane e ha attraversato un continente su una sedia a rotelle senza smettere di fare domande sul mondo.

La ragazza che fa domande

Quello che colpisce di Nujeen — nelle interviste, nel libro, nei discorsi pubblici — è la lucidità. Non parla come una vittima che chiede comprensione. Parla come qualcuno che ha osservato tutto con attenzione e ha conclusioni precise.

All’ONU, dove è intervenuta più volte come voce dei rifugiati con disabilità, non chiede pietà. Chiede infrastrutture, politiche, cambiamenti concreti. Chiede che i campi profughi siano accessibili. Chiede che le persone con disabilità non vengano lasciate indietro nelle evacuazioni di emergenza — perché succede, sistematicamente, e lei lo sa per esperienza diretta.

La sua storia è diventata un argomento in aule parlamentari europee e in rapporti UNHCR sulla disabilità nelle migrazioni forzate.

Quello che nessuno dovrebbe dover dimostrare

Nujeen Mustafa non avrebbe dovuto attraversare il Mediterraneo su un gommone per diventare credibile. Non avrebbe dovuto scrivere un libro per meritare attenzione. Non avrebbe dovuto fare tutto questo per far capire che le persone con disabilità fuggono dalle guerre esattamente come tutti gli altri — e spesso con ostacoli in più che il sistema umanitario internazionale continua a non considerare abbastanza.

Lo ha fatto comunque. E ora quella storia esiste, è scritta, è pubblica.

Quando le chiedono se è arrabbiata per quello che ha vissuto, risponde che non c’è tempo per la rabbia. C’è troppo da fare.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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