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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Prima di entrare nel laboratorio, vale la pena fermarsi un momento su un dettaglio geografico che passa sempre inosservato.
Nel 1904, Nettie Stevens trascorre sette mesi alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli — il centro di ricerca marina più avanzato d’Europa, fondato dal biologo tedesco Anton Dohrn e frequentato dai migliori scienziati del mondo. È lì, nel Golfo di Napoli, che completa parte degli studi che la porteranno alla scoperta dei cromosomi sessuali.
Ha quarantatré anni. Ha iniziato tardi — la scuola, poi l’insegnamento per pagarsi gli studi, poi finalmente il dottorato a quarant’anni. Ha già perso anni che i suoi colleghi maschi hanno usato per costruire reputazione. Non si lamenta. Studia.
Torna negli Stati Uniti con i dati. Comincia l’analisi definitiva.
La domanda che Nettie Stevens si porta in laboratorio esiste da millenni: cosa determina il sesso di un essere vivente? Per secoli la risposta era stata ambientale — temperatura, alimentazione, condizioni esterne durante lo sviluppo. Aristotele credeva che il calore del seme maschile determinasse il sesso del nascituro. Nel Novecento si discuteva ancora se fosse ereditarietà o ambiente.
Stevens sceglie come soggetto di studio il Tenebrio molitor — il verme della farina, un coleottero comunissimo. Osserva i cromosomi nelle cellule riproduttive dei maschi e delle femmine al microscopio. Quello che vede è inequivocabile.
Lo sperma dei maschi contiene entrambi i cromosomi che determinano il sesso, X e Y, mentre le cellule riproduttive delle femmine contengono solo il cromosoma X. Non è ambiente. Non è temperatura. Non è caso. È scritto nei cromosomi prima ancora che l’organismo si sviluppi.
Era la prova che il sesso di un organismo è determinato dal suo patrimonio genetico. Nell’essere umano è la combinazione XX a dare origine a una femmina, XY a dare origine a un maschio.
Nettie Stevens ha appena risposto a una domanda che l’umanità si faceva da tremila anni. Ha trentadue pagine di dati per dimostrarlo.
Nel settembre 1905 la Carnegie Institution di Washington pubblica il suo studio: Studies in Spermatogenesis with Especial Reference to the Accessory Chromosome. Nello stesso anno, Edmund Beecher Wilson — biologo della Columbia University, più noto e più anziano di Stevens — pubblica una ricerca indipendente sullo stesso argomento.
Qui comincia il paradosso.
Wilson si concentrò essenzialmente sugli spermatozoi, mentre Stevens lavorò anche sugli ovuli — rendendo la sua analisi più completa e la sua conclusione più solida. Quando Wilson scoprì più in dettaglio i lavori della Stevens, riscrisse il suo articolo inserendo in una nota a piè di pagina che fu Stevens a portare la prova che il sesso è effettivamente un tratto mendeliano con base genetica.
Wilson — il concorrente diretto — la riconosce in una nota. La mette per iscritto. Dice che ha ragione lei.
Eppure è il nome di Wilson che i libri di storia ricordano per decenni. Le note a piè di pagina non fanno titolo.
Nel dicembre del 1906 l’American Association of Naturalists organizza un simposio interamente dedicato alle diverse teorie sulla determinazione del sesso — l’argomento su cui Stevens ha pubblicato l’anno prima. Tra i relatori compaiono Morgan e Wilson. Stevens non è nemmeno invitata a partecipare.
Thomas Hunt Morgan è un genetista che Stevens conosce. Gli ha mandato i suoi studi chiedendo un parere. Lui le ha risposto con elogi e complimenti. Ha letto le sue ricerche sul moscerino della frutta — la Drosophila melanogaster — prima ancora di iniziare le proprie.
Morgan proseguì le ricerche di Stevens sulla Drosophila, approfondendo la conoscenza dei cromosomi e dei geni, e pubblicò uno dei primi manuali di genetica attribuendosi meriti che appartenevano a Stevens.
Nel 1933 Thomas Hunt Morgan riceve il Premio Nobel per la Medicina per aver dimostrato che i cromosomi sono i portatori dei geni. Le basi sperimentali del suo lavoro affondano nelle ricerche che Nettie Stevens aveva fatto vent’anni prima. Il suo nome non compare nella motivazione del premio.
Nettie Stevens muore il 4 maggio 1912. Ha cinquant’anni. Un cancro al seno. Muore pochi mesi prima che possa occupare la cattedra che il Bryn Mawr College aveva finalmente creato per lei — la prima posizione accademica stabile che avrebbe potuto chiamare sua.
Consapevole della poca rilevanza data al lavoro delle donne, negli ultimi anni si era dedicata a pubblicare articoli di alta qualità scientifica pieni di citazioni e riferimenti al lavoro di altre ricercatrici. Stava costruendo una rete. Stava cercando di cambiare il sistema dall’interno.
Non ha fatto in tempo.
Morgan scrive un necrologio in suo onore, pubblicato su Science pochi mesi dopo la morte. La ricorda come una scienziata straordinaria, precisa, originale. Poi continua a fare carriera sulle sue scoperte.
La storia di Nettie Stevens non ha un singolo momento di ingiustizia. Non c’è una foto mostrata senza permesso, non c’è un Nobel consegnato alla persona sbagliata nella stessa stanza. C’è qualcosa di più diffuso e più difficile da nominare: un sistema scientifico che la elogia in privato, la esclude in pubblico, prende le sue idee e le distribuisce ad altri, e poi scrive un bel necrologio.
Wilson la riconosce in una nota. Morgan la elogia in una lettera. Il convegno la dimentica nell’elenco dei relatori. Il Nobel non la cita.
Ogni strato ha preso qualcosa. Nessuno ha restituito niente.
Oggi ogni test del DNA che determina il sesso di un essere vivente usa la logica che Nettie Stevens ha stabilito in trentadue pagine pubblicate nel 1905. Ogni discussione sui cromosomi XX e XY parte da lì — anche quando non lo sa, anche quando non lo dice.
Lei è nel risultato. Non è ancora abbastanza nel racconto.
Nel 1905 Nettie Stevens dimostrò, studiando i cromosomi del verme della farina (Tenebrio molitor), che il sesso di un organismo è determinato dal patrimonio genetico e non dall’ambiente. Identificò che le cellule riproduttive maschili contengono sia il cromosoma X che il cromosoma Y, mentre quelle femminili solo il cromosoma X — stabilendo la base della notazione XX (femmina) e XY (maschio) usata ancora oggi.
Edmund Wilson pubblicò una ricerca indipendente nello stesso anno, ma la sua era meno completa — si concentrò solo sugli spermatozoi, mentre Stevens lavorò anche sugli ovuli. Wilson stesso riconobbe in una nota a piè di pagina che Stevens aveva portato la prova definitiva. Tuttavia il suo nome più noto e la sua posizione accademica più consolidata fecero sì che la comunità scientifica associasse la scoperta principalmente a lui.
Thomas Morgan ricevette il Nobel per la Medicina nel 1933 per aver dimostrato che i cromosomi sono i portatori dei geni, usando come soggetto principale il moscerino della frutta (Drosophila melanogaster). Stevens aveva studiato la Drosophila prima di lui, aveva mandato i suoi risultati a Morgan ricevendone elogi, e aveva posto le basi sperimentali su cui Morgan costruì le sue ricerche. Il suo nome non compare nella motivazione del Nobel.
Nel 2016 Google le ha dedicato un Doodle nella ricorrenza dei 155 anni dalla nascita. È citata in molti testi di storia della genetica come co-scopritrice della determinazione cromosomica del sesso. Rimane però tra le scienziate meno conosciute al grande pubblico, nonostante la sua scoperta sia alla base di ogni nostra conoscenza attuale sulla genetica del sesso. Il Bryn Mawr College, dove insegnò, conserva il suo microscopio Zeiss originale.
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Scritto da: Andrea Rango
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