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Babe Didrikson Zaharias, atleta totale del Novecento

today11 Maggio 2026 8

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Tre medaglie alle Olimpiadi di Los Angeles 1932, 82 tornei di golf vinti e un U.S. Open conquistato con la sacca da colostomia: la donna che a metà Novecento ridefinì cosa volesse dire essere atleta.

A quattordici anni Mildred Ella Didrikson aveva già un obiettivo: diventare la più grande atleta mai vissuta. Lo ripeteva a chiunque glielo chiedesse, con la sicurezza di chi non sta scherzando. Sessant’anni dopo, l’Associated Press le avrebbe dato ragione: l’AP la votò Donna Atleta del Mezzo Secolo nel 1950. Babe — il soprannome glielo regalarono le sue compagne di sandlot baseball, in onore di Babe Ruth, per il modo in cui spediva le palle fuori campo — aveva nel frattempo dominato basket, atletica leggera e golf. E aveva affrontato, da pioniera assoluta, una battaglia che nessuna atleta americana di prima grandezza aveva mai combattuto in pubblico: il cancro.

Un’infanzia in Texas e un padre falegname norvegese

Babe nasce a Port Arthur, Texas, il 26 giugno 1911. Sesta di sette figli di immigrati norvegesi, Hannah Marie e Ole Didriksen — lei lavandaia, lui marinaio e falegname. Nel 1915 la famiglia si trasferisce a Beaumont, dove Babe inizia la sua carriera sportiva da dilettante giocando a baseball nel quartiere.

Eccelle in tutto. Pallavolo, tennis, baseball, basket, nuoto. A scuola viene reclutata per la squadra aziendale della Employers Casualty Company di Dallas — le Golden Cyclones — dove gioca dal 1929 al 1932. È All-American del basket per tre anni di fila. E poi, nel 1932, fa una cosa che ancora oggi resta senza paragoni nello sport.

Evanston 1932: una donna contro le squadre

L’Amateur Athletic Union di quell’anno funziona anche come selezione olimpica per Los Angeles. La Employers Casualty manda Babe da sola a Evanston, Illinois, a rappresentare l’intera azienda. Annuncia: “Ah’m gonna lick you single-handed” — vi batterò da sola. E lo fa: vince cinque delle sette gare in cui si iscrive, con diversi record mondiali e olimpici. Tra una prova e l’altra i giudici devono ritardare le partenze per darle il tempo di riprendere fiato. Finisce con 30 punti contro i 22 della squadra seconda classificata. Lei contro tutti.

A Los Angeles, il regolamento olimpico dell’epoca le impedisce di gareggiare in più di tre discipline. Sceglie giavellotto, 80 metri ostacoli e salto in alto. Oro nel giavellotto con 43,68 metri. Oro negli 80 ostacoli in 11.7 secondi. Argento nel salto in alto con 1,65 metri — un’altezza pari al record mondiale dell’epoca, condiviso con la vincitrice Jean Shiley. Avrebbe dovuto essere il terzo oro, ma i giudici la squalificano per la tecnica usata: Babe valicava l’asticella con la testa prima delle gambe, il cosiddetto Western Roll — rotolamento occidentale. Una manovra giudicata irregolare nel 1932 e diventata standard pochi anni dopo. L’oro va a Shiley, l’argento a lei.

Il golf come reinvenzione

Babe scopre il golf nel 1932, a Los Angeles, durante i giorni delle Olimpiadi. Glielo fa provare il giornalista Grantland Rice, che la porta sul campo del Brentwood Country Club insieme ad altri cronisti. Secondo il racconto di Rice, Babe quel pomeriggio gioca 91 colpi e tira con regolarità drive da 250 yard (228 metri). È solo un assaggio: cominciato come gioco, il golf diventerà la sua disciplina principale solo a partire dai 21 anni.

Per tutti gli anni Trenta, Babe non è ancora una golfista a tempo pieno. Fa esibizioni, tournée, partite a pagamento. Gioca con la House of David — squadra di baseball maschile composta da uomini interamente barbuti per motivi religiosi — e con qualsiasi formazione le permetta di stare sui campi e portare a casa uno stipendio. Nel 1938 sposa George Zaharias, lottatore professionista conosciuto a un torneo di golf in California: George smetterà di combattere per gestire la carriera della moglie.

Il salto definitivo al golf arriva nel dopoguerra. Babe aveva perso lo status di dilettante anni prima per via di alcune sponsorizzazioni non autorizzate, e nel 1943 la USGA glielo restituisce. Da quel momento può tornare a giocare i tornei amateur più importanti. Nel 1947 diventa la prima americana a vincere il British Women’s Amateur a Gullane, in Scozia, da quando il torneo esisteva — cioè dal 1893: 54 anni di attesa.

Nel 1949 la sua carriera diventa istituzione. Insieme a Patty Berg, Bettye Mims Danoff e Betty Jameson, Babe fonda la Ladies Professional Golf Association — la LPGA — per dare al piccolo gruppo di golfiste professioniste dell’epoca un circuito di gare riconosciuto. Dal 1948 al 1951 è la giocatrice che guadagna di più sul tour. Nel 1950 l’Associated Press le riconosce il titolo di Donna Atleta del Mezzo Secolo.

In quegli anni guadagna 100.000 dollari l’anno tra premi e sponsorizzazioni — quasi un milione di oggi. È il momento in cui un’atleta donna americana può, per la prima volta, vivere di sport ad alto livello.

Aprile 1953: la diagnosi

La diagnosi arriva nei primi mesi del 1953. Cancro al colon. Il 17 aprile 1953 Babe viene operata a Beaumont: chirurgia con colostomia. Diventa una delle prime figure pubbliche americane a parlare apertamente della propria malattia, nel tentativo di diffondere consapevolezza.

È una scelta che oggi diamo per scontata e che nel 1953 non lo era. Il cancro, in America come in Italia, era una parola che si scriveva sui certificati e non si pronunciava in pubblico. Le pazienti — soprattutto le donne — venivano spesso protette da una diagnosi che si pensava le avrebbe distrutte. Babe fa l’opposto: si fa fotografare, racconta l’intervento, descrive la sacca da colostomia. La sua sfida non è solo tornare a giocare, ma decidere come la sua malattia viene raccontata.

Tam O’Shanter, agosto 1953: il rientro

Tre mesi e mezzo dopo l’operazione, Babe è di nuovo in gara. Tam O’Shanter All-American Tournament, Chicago. Non vince — finisce quindicesima a pari merito — ma cammina tra le 18 buche, conta i punti, parla con i giornalisti e dimostra che il corpo regge. È esattamente il tipo di apparizione che le farà arrivare quindicimila lettere.

Quei mesi sono un esperimento clinico vissuto in diretta. Babe alterna tornei, ricoveri, controlli.

Salem, 1-3 luglio 1954: il ritorno definitivo

Il Salem Country Club di Peabody ospita il nono U.S. Women’s Open della storia. Il torneo si gioca dall’1 al 3 luglio 1954. La domenica, in quell’edizione, si giocano 36 buche per completare il 72‑buche in tre giorni.

Babe vince con 12 colpi di vantaggio su Betty Hicks. Quindici mesi dopo l’operazione, alle prese con una colostomia, distacca le avversarie con margini colossali. La sera della finale è l’unica donna nella storia dell’evento ad aver dovuto affrontare 36 buche da giocare nello stesso giorno con quel quadro clinico alle spalle. La sua frase, dopo: “Questa vittoria è una risposta alle quindicimila lettere che ho ricevuto. Mostrerà a molte persone che non devono avere paura di un intervento e che possono tornare a vivere normalmente.”

È un’affermazione che cambia il significato sportivo del termine “comeback”. Quel giorno, a Salem, l’U.S. Open vinto con la sacca smette di essere solo un torneo di golf: diventa un manifesto sanitario.

Quel margine di 12 colpi resta tuttora il più ampio della storia del torneo, pareggiato ma mai superato. Babe lo conserva insieme al Vare Trophy 1954 (media di 75.48), conquistato nello stesso anno.

L’ultimo capitolo, e l’eredità

Nel 1955 il cancro torna. Babe affronta un secondo intervento, vince comunque due tornei in stagione — le ultime vittorie della sua carriera — e poi si ferma. Muore al John Sealy Hospital di Galveston il 27 settembre 1956, a 45 anni.

Negli ultimi mesi, insieme al marito George, fonda il Babe Didrikson Zaharias Fund per sostenere cliniche e centri di trattamento oncologico. Nel settembre 1956 la Public Health Cancer Association of America le assegna il suo premio più importante per l’educazione sul cancro. Lo ritira pochi giorni prima della morte.

C’è un dettaglio della sua carriera che spesso resta nei sottotitoli. Babe non era stata una bambina malata che ce l’aveva fatta nello sport. Era stata una bambina sana, fortissima, esuberante, che era diventata una donna di 41 anni con un cancro al colon, e che si era inventata da capo una seconda atleta dentro quella sacca da colostomia. È una traiettoria diversa, ed è quella che la rende così attuale: lo sportivo che impara a convivere con un corpo che cambia, e che non smette per questo di essere atleta.

Nel 2021 le viene conferita postuma la Presidential Medal of Freedom. Era, in effetti, una decorazione in ritardo di settant’anni.

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Scritto da: 4EVA Redazione

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