Approfondimento

Fanny Blankers-Koen: la massaia che umiliò il mondo

today5 Maggio 2026 9

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Inizia dal soprannome.

“Massaia volante.” In olandese: vliegende huisvrouw. Sui giornali britannici e americani dell’agosto 1948 varianti dello stesso concetto: la casalinga che corre, la mamma con le scarpe chiodate, la moglie che per qualche giorno ha fatto la sportiva. Un cronista scrisse che correva “come se stesse rincorrendo i figli fuori dalla dispensa”. Un altro, che “fuggiva dalle batterie come se corresse in cucina a salvare dei biscotti che stavano bruciando”.

Era il modo in cui il mondo raccontava la donna che aveva appena vinto quattro medaglie d’oro olimpiche in otto giorni. E nessuno sembrava accorgersi della contraddizione.

Berlino 1936: c’era già

Prima di Londra, c’è Berlino. Fanny Blankers-Koen ha 18 anni quando partecipa alle Olimpiadi del 1936. Non vince medaglie: sesta nel salto in alto, quinta nella staffetta 4×100. Ma è lì. Sta guardando e imparando.

A Berlino ottenne l’autografo di Jesse Owens, che avrebbe poi ricordato come il suo souvenir olimpico più prezioso. Lo rincontrò a Monaco nel 1972 e gli disse che lo conservava ancora. Lui rispose: “Non devi dirmi chi sei, so tutto di te.” Un dettaglio che dice molto su dove si collocava, in quei giorni, rispetto ai grandi dell’atletica mondiale.

Dodici anni dopo, quei conti tornano.

Londra 1948: i numeri

Le Olimpiadi di Londra del 1948 si tengono in una città ancora in parte devastata dalla guerra. Budget ridotto, strutture di fortuna, razionamento alimentare ancora in vigore. Non è il contesto in cui ti aspetti record.

Fanny Blankers-Koen si presenta con un curriculum che pochissimi conoscono fuori dai Paesi Bassi: detentrice di sei record mondiali. Il regolamento IAAF dell’epoca consente a ogni atleta di gareggiare in al massimo tre gare individuali più la staffetta. Fanny sceglie: 100 metri, 200 metri, 80 ostacoli.

Il risultato: quattro gare, quattro ori. Zero sconfitte.

Ha 30 anni. È madre di due figli. Il marito Jan Blankers è anche il suo allenatore.

Prima delle gare, il manager britannico Jack Crump aveva dichiarato pubblicamente che era “too old to make the grade” — troppo vecchia per essere competitiva. Nel frattempo riceveva lettere ostili che la invitavano a restare a casa con i figli.

Quello che né Crump né i giornali sapevano: Fanny Blankers-Koen era incinta di tre mesi del suo terzo figlio.

Vale la pena fermarsi su questo. Vinse quattro ori olimpici, in otto giorni, in gravidanza — e chi la accusava di essere una madre che dovrebbe stare a casa non ne aveva la minima idea. La contraddizione che il soprannome cercava di addomesticare era ancora più profonda di quanto i critici stessi immaginassero.

Fanny Blankers-Koen rispose nel solo modo che aveva senso: correndo.

Il meccanismo del soprannome

“Massaia volante” è interessante proprio perché non è un insulto dichiarato. Nessuno stava urlando qualcosa di offensivo. Il tono era affettuoso, ammirato persino. È un soprannome che sembra un complimento.

E questo è esattamente il problema.

Quando chiami una donna che ha vinto quattro ori olimpici “la massaia”, stai scegliendo di definirla attraverso il suo ruolo domestico invece che attraverso la sua prestazione atletica. Stai dicendo: sì, hai fatto questa cosa straordinaria, ma sappiamo chi sei davvero. La pista è un episodio.

Jesse Owens, nell’agosto dello stesso anno, non veniva chiamato “il commesso volante” perché lavorava come commesso nei periodi di sosta dall’atletica. Con Fanny Blankers-Koen lo sentivano il bisogno. E lo fecero, in ogni articolo, in ogni titolo, in ogni celebrazione.

Celebrata e sminuita nello stesso respiro

Rosalind Franklin fu ignorata. Gertrude Ederle fu dimenticata. Il meccanismo era l’assenza.

Qui non c’è assenza. C’è presenza continua, rumorosa, festosa. Il problema è il come. Il linguaggio non la cancella — la inscatola.

È la forma più sofisticata di invisibilizzazione perché non lascia tracce evidenti. Chi si sente di accusare qualcuno che sta applaudendo?

Cosa rimane

Fanny Blankers-Koen continua a competere dopo Londra. Nel 1952, a Helsinki, si presenta alla sua terza Olimpiade con una foruncolosi dolorosa a una gamba. Rinuncia alle altre gare per risparmiarsi per gli ostacoli, ma in finale urta il secondo ostacolo e abbandona a gara in corso. È la sua ultima gara di alto livello. Si ritira ufficialmente nel 1955, a 37 anni, con un’ultima vittoria nel getto del peso — il suo 58° titolo nazionale olandese.

Guida la nazionale olandese di atletica dal 1958 al 1968.

Muore il 25 gennaio 2004, a Hoofddorp, a 85 anni.

Nel 1999, la IAAF la elegge “Atleta del Secolo” — davanti a ogni altra donna nella storia dell’atletica leggera. Alla notizia, la sua reazione fu: “Sono io ad aver vinto?”

Il riconoscimento massimo possibile, e lei ancora sorpresa di meritarlo. Forse è la sintesi più esatta di cosa abbia fatto, per decenni, il soprannome.

“Massaia volante” è rimasto comunque. È il nome con cui la trovate ancora oggi su molti siti, enciclopedie, articoli celebrativi. Qualcuno lo usa con orgoglio, convinto che sia un omaggio.

Forse è il momento di smettere.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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