Cinema

Una famiglia vincente, King Richard: la recensione

today2 Giugno 2026 10

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C’è qualcosa di paradossale nel titolo. King Richard racconta Venus e Serena Williams — due delle sportive più studiate, celebrate e discusse del XX e XXI secolo. Ma il re del titolo è il padre. Richard Williams decide tutto: il piano, il ritmo, le priorità, la narrazione. Le figlie sono al centro della storia. Al centro del film, un po’ meno.

Questa è la tensione che attraversa tutto il film di Reinaldo Marcus Green, e che vale la pena mettere a fuoco prima di dire — come si deve dire — che si tratta di un’opera riuscita, onesta e spesso potente.

Il film in tre righe

King Richard (2021, 144 minuti) è diretto da Reinaldo Marcus Green, scritto da Zach Baylin e prodotto da Warner Bros. con Will Smith anche come produttore esecutivo. Nel cast: Will Smith come Richard Williams, Aunjanue Ellis come Oracene Price (la madre, chiamata “Brandi”), Saniyya Sidney come la giovane Venus e Demi Singleton come Serena. Venus e Serena Williams sono state executive producer del film — una scelta che dice qualcosa sulla fiducia riposta nel progetto, e anche sui suoi limiti strutturali.

In Italia è disponibile su NOW TV e in acquisto/noleggio digitale su Apple TV. Ha ottenuto il 90% su Rotten Tomatoes e il 7.5 su IMDb — numeri che riflettono una ricezione critica e di pubblico quasi unanime. Su Metacritic il punteggio è di 76/100.

Cosa funziona

Will Smith scompare nel personaggio con una precisione che non ci si aspetta. Richard Williams è un uomo contraddittorio — visionario e invadente, amorevole e controllante, geniale e, in certi momenti, difficile da sostenere. Smith porta tutto questo senza ammorbidirlo eccessivamente. La scena in cucina è una delle più intense e meglio recitate dell’anno cinematografico, amplificata dalla fotografia di Robert Elswit.

Ma il vero punto di forza del film non è Will Smith. È Aunjanue Ellis nei panni di Oracene. La critica italiana di MYmovies definisce il suo un ritratto che “surclassa” quello del protagonista dichiarato — e non è esagerato. Oracene è la contrappeso necessaria di Richard: razionale dove lui è istintivo, concreta dove lui è visionario, capace di tenere insieme famiglia e progetto atletico mentre il marito gestisce l’immagine esterna. Ellis è nominata all’Oscar per Miglior Attrice Non Protagonista e quella nomination è giustissima. Il fatto che non abbia vinto rimane una delle decisioni più discutibili di quella notte.

Le sequenze tennistiche sono girate in modo da sembrare legittime — merito della cinematografia di Elswit e del montaggio, che alternano l’intensità delle gare all’intimità familiare. Saniyya Sidney come Venus adolescente è straordinaria: fisica, credibile, con una presenza atletica che non sembra costruita. Demi Singleton come Serena ha meno spazio ma lo usa bene.

Il film gestisce con intelligenza il contesto di Compton — la violenza come sfondo reale, non come scenografia. Richard che allena le figlie su campi pubblici degradati, i vicini che guardano, le gang che commentano. Non è exploitation, è documentazione di un ambiente che il film non edulcora.

La scelta che divide

Il film copre gli anni Ottanta e Novanta — l’infanzia a Compton, il trasferimento in Florida, i primi tornei, le prime vittorie di Venus da professionista. Si chiude prima che la storia di Serena diventi quella che tutti conoscono: i 23 Slam, le embolie, il parto del 2017, il body shaming lungo vent’anni.

Questa scelta temporale è comprensibile e cinematograficamente difendibile. Un biopic non può coprire una vita intera. Il problema non è cosa il film non racconta — è come inquadra quello che racconta.

Alcune recensioni critiche hanno segnalato che il film trattiene abbastanza del passato difficile di Richard da sembrare un’agiografia con qualche concessione, piuttosto che un ritratto completo. Richard Williams aveva avuto una prima famiglia che aveva abbandonato, comportamenti documentati che il film sceglie di non esplorare. La sua visione era reale. Non era l’unica cosa reale.

Come scrive un critico di Slant Magazine: “raramente un film ha usato la preconoscenza di un finale felice come ragione per restare così non critico e incurioso del suo soggetto centrale.”

La questione più rilevante per 4EVA è un’altra: il film si intitola King Richard — non Venus, non Serena, non Le Williams. Venus e Serena erano executive producer e hanno scelto questo frame. Quella scelta racconta qualcosa di preciso su come le atlete, anche le più potenti del mondo, navigano ancora la narrazione pubblica della propria storia: a volte cedendo il centro a chi ha costruito il contesto, anche quando il contesto era fatto per loro.

La notte degli Oscar e il contorno

Il 27 marzo 2022, alla 94ª cerimonia degli Academy Awards, Will Smith vince il premio come Miglior Attore per King Richard. Prima di salire sul palco, schiaffeggia il comico Chris Rock in diretta mondiale, dopo una battuta sulla testa rasata della moglie Jada Pinkett Smith. La cerimonia si trasforma in altro. Will Smith tiene il discorso di ringraziamento tra le lacrime, citando Venus e Serena. Poi viene sospeso dall’Academy per dieci anni.

Questo è il contorno biografico del film, impossibile da ignorare. Non cambia la qualità del lavoro sullo schermo — cambia il modo in cui quella qualità è ricordata.

Vale la pena vederlo?

Sì — è uno dei migliori biopic sportivi degli ultimi anni, e Aunjanue Ellis da sola vale la visione.

Il 90% su Rotten Tomatoes e il 7.5 su IMDb non mentono: King Richard è un film fatto con cura, interpretato con talento e capace di restituire la complessità di una storia familiare straordinaria senza perdersi nell’agiografia totale. Non è un film perfetto. La scelta di tenere Richard al centro a scapito delle figlie è un limite reale, e la critica più lucida lo ha notato.

Ma come punto di ingresso alla storia delle Williams — soprattutto per chi non conosce Compton, i campi pubblici degli anni Ottanta, il piano scritto a mano da un padre che nessuno prendeva sul serio — è il posto giusto da cui cominciare.

Poi leggi l’articolo su Serena. Quello che viene dopo il finale del film è dove la storia diventa davvero impossibile da credere.

 

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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