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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Ventitré Slam, due figlie, un’embolia post-parto sopravvissuta per miracolo e due decenni di insulti sul suo corpo. La storia di un’atleta che ha trasformato ogni caduta in un capitolo, dentro e fuori dal campo.
Serena Williams ha quasi rischiato di morire dando alla luce sua figlia. Era settembre 2017, l’aveva detto lei stessa al pubblico in una lettera per CNN qualche mese dopo. Aveva 36 anni, 23 Slam in tasca e un’embolia polmonare che le riempiva i polmoni di coaguli mentre il personale infermieristico le ripeteva di stare calma. Quel parto è il punto in cui la sua biografia diventa qualcosa di diverso da una carriera tennistica: diventa il modello di come una donna può tornare in piedi tre volte, su tre fronti diversi, ognuno dei quali avrebbe chiuso la storia di chiunque altro.
Tre rinascite, una sola atleta. Quella fisica. Quella materna. Quella simbolica, sul suo corpo. La parola che usa lei stessa nel raccontarle è una sola: mai doma.
Nel 2010 Serena si ferì a un piede. L’intervento chirurgico portò a complicazioni: due embolie polmonari nel 2011, episodi che la costrinsero a una lunga riabilitazione lontano dai campi. È il primo capitolo di una storia di coaguli che avrebbe attraversato tutta la sua vita. Da quel momento Serena diventa una paziente cronica: terapia anticoagulante a vita, controlli continui, una consapevolezza precisa di cosa può ucciderla.
Tornò a giocare con un piano di riabilitazione costruito sul controllo del rischio, non solo della performance. Vinse Wimbledon 2012, l’oro olimpico a Londra, gli US Open. Si riprese il suo corpo.
Il 1° settembre 2017 nasce Alexis Olympia Ohanian Jr. via cesareo d’emergenza, dopo un calo improvviso del battito fetale durante le contrazioni. Olympia viene poggiata sul petto della madre, smette di piangere. Il giorno dopo, in ricovero, Serena sente un fiato corto familiare. Sa esattamente cosa sta succedendo perché l’ha già vissuto sei anni prima.
Quello che accade nelle 48 ore successive è oggi un caso clinico studiato nei corsi di ostetricia. Serena chiede al personale: «Quando comincio l’eparina? Non dovrei già essere curata con l’eparina?». La risposta dell’infermiera è: «Non sappiamo se è davvero quello di cui ha bisogno adesso». Una campionessa con un palmarès al di sopra di ogni sospetto, in pieno shock respiratorio, che si sente trattata come una paziente che non capisce di cosa ha davvero bisogno.
La tosse causata dall’embolia fa saltare i punti del cesareo, Serena torna in sala operatoria. Quattro interventi chirurgici in sette giorni. Sei settimane senza riuscire ad alzarsi dal letto, poi una depressione post-parto che lei stessa ha definito “parte della gravidanza”.
Nell’essay che pubblicherà su Elle nel 2022 Serena trasforma il suo caso personale in un dato. «Negli Stati Uniti le donne nere muoiono per complicazioni legate al parto a un tasso oltre tre volte superiore alle donne bianche, indipendentemente da reddito o livello d’istruzione. Essere ascoltata e curata correttamente è stata la differenza tra la vita e la morte per me». Una delle più grandi atlete della storia ha dovuto fare la diagnosi a se stessa per non morire in un letto d’ospedale.
A meno di dieci mesi da quell’ordalia, Serena Williams è in finale a Wimbledon. La perde da Angelique Kerber, ma essere lì è già una statistica fuori scala. Nel 2018-2019 ne giocherà altre tre, tutte perse. Il numero 24 dei Major le scapperà di un’unghia, ma il discorso non è quello.
🎬 Da vedere
Una famiglia vincente – King Richard
/ King Richard, 2021
Regia: Reinaldo Marcus Green · Con: Will Smith, Aunjanue Ellis, Saniyya Sidney ·
NOW TV · Apple TV
· ⭐ 7.5 IMDb · 90% RT
Il film racconta l’infanzia a Compton e i primi anni di carriera di Venus e Serena — quello che viene prima di tutto quello che hai appena letto. La regia è solida, Will Smith convince, ma è Aunjanue Ellis nei panni della madre Oracene a tenere in piedi il film. Quello che manca è tutto il resto: le embolie, il 2017, i 23 Slam, il body shaming. King Richard finisce esattamente dove la storia di Serena diventa impossibile da credere.
C’è una terza rinascita, che non si vede e non si misura in interventi chirurgici, ed è la più lunga di tutte. Comincia il 17 marzo 2001 a Indian Wells, California. Serena ha 19 anni e sta giocando la finale contro Kim Clijsters. La sorella Venus si è ritirata dalla semifinale poche ore prima per infortunio. Nell’autobiografia “On the Line” Serena ricorda: «Erano forti, cattivi, aggressivi. Si sentivano grida razziste, qualcuno ci urlava di tornare a Compton». Vinse quel match. Non sarebbe tornata a Indian Wells per quattordici anni.
Da lì in poi è una sequenza. Nel 2014 il presidente della federazione tennis russa Shamil Tarpischev chiama Serena e Venus “i fratelli Williams” e viene sospeso. Nel 2017 Ilie Năstase commenta la sua gravidanza con una battuta sul colore della pelle del nascituro. Nel 2018 il presidente della Federazione francese Bernard Giudicelli annuncia che la tuta nera Nike che Serena aveva indossato al Roland Garros — disegnata per prevenire i coaguli, esattamente come una calza compressiva — non sarà più ammessa al torneo. «Bisogna rispettare il gioco e il luogo».
Una tuta medica. Su una donna che sei mesi prima era a 24 ore dalla morte. Vietata perché “non rispetta il gioco”.
Qui sta il punto editoriale che spesso sfugge: il body shaming di cui Serena è stata bersaglio non è mai stato semplice critica estetica. È stato un dispositivo razziale travestito da osservazione sportiva. «Le persone dicevano che ero nata uomo, solo per le mie braccia, perché ero forte. Ero diversa da Venus: lei era magra e alta. Io sono forte e muscolosa — e bellissima». La risposta di Serena, ripetuta per due decenni, è sempre la stessa: «il corpo che critichi è l’arma che mi ha fatto vincere ventitré Slam».
Non è una riflessione consolatoria, è un’analisi tecnica. Quel corpo è anche quello che ha tenuto in vita Serena dopo il parto, perché sapeva riconoscere i sintomi di un’embolia mentre l’infermiera la trattava da paziente confusa. È un corpo competente, allenato, monitorato. Il punto non è che Serena lo difenda. Il punto è che ha dovuto difenderlo per tutta la carriera.
Ad agosto 2022 Serena scrive su Vogue una lettera in cui annuncia l’addio al tennis. «Non mi è mai piaciuta la parola “ritiro”. Forse la parola migliore per descrivere quello che sto facendo è “evoluzione”. Sono passata da un cesareo a una seconda embolia polmonare a una finale Slam. Ho giocato mentre allattavo. Ho giocato attraversando la depressione post-parto». Le ultime partite ufficiali agli US Open 2022, due vittorie e poi l’uscita di scena. Nasce la seconda figlia Adira nell’agosto 2023.
Quella lettera è la sintesi di tutto. Non un addio costruito sul palmarès, ma un elenco di cose attraversate. Quattro interventi chirurgici, embolie, allattamento, depressione, finali Slam giocate con il corpo che ancora si ricomponeva. Il discorso non è mai stato il numero 24 mancato dei Major. Il discorso è cosa significa restare in piedi quando il corpo, la medicina e una parte del pubblico ti dicono che non dovresti.
Le atlete che oggi parlano apertamente di salute mentale, parto, embolie, anticoagulanti, razzismo strutturale nello sport stanno camminando su un sentiero che lei ha aperto raccontando il suo. Mai doma non era uno slogan da merchandising. Era la grammatica con cui Serena Williams ha deciso, ogni volta, di rispondere.
Dopo il cesareo d’emergenza ha avuto un’embolia polmonare. La tosse ha riaperto la ferita chirurgica e ha richiesto altri tre interventi in una settimana. Sei settimane a letto e depressione post-partum.
È rientrata nel circuito nel marzo 2018 e a luglio 2018 era già in finale a Wimbledon, a meno di dieci mesi dal parto. Negli anni successivi giocherà altre tre finali Slam.
Nel 2018 il presidente della Federtennis francese Bernard Giudicelli annunciò il divieto. La tuta era stata disegnata da Nike per favorire la circolazione e prevenire le trombosi, problema cronico di Serena.
Ha vinto 23 titoli Slam in singolare, record nell’Era Open. A questi si aggiungono 16 titoli di doppio e quattro ori olimpici, per un totale di 39 titoli major.
4EVA · Donne oltre lo sport
Atlete che hanno trasformato infortuni, parti e pregiudizi in capitoli di carriera. La serie “Infortuni & Rinascite” continua.
Scritto da: 4EVA Redazione
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