Approfondimento

Sara Gama, la capitana che ha cambiato il calcio femminile

today12 Maggio 2026 14

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Tre infortuni gravi, sette numeri di maglia diversi, una fascia portata per dieci anni in Nazionale. La storia di un difensore che ogni volta che è caduta si è rialzata più al centro del gioco. Oggi guida il calcio femminile italiano dai vertici federali — e siamo solo all’inizio.

C’è un modo facile di raccontare Sara Gama: lo scudetto da capitana della Juventus, la Barbie Mattel a sua immagine nel 2018, il documentario Rai Numero 3 del 2023, l’enciclopedia Treccani che le dedica una voce. Tutto vero, tutto pubblico. Ma il filo che lega davvero questa carriera non passa solo dalle bacheche.

Tre infortuni gravi al ginocchio, ognuno in un momento decisivo. Tre rientri che invece di rallentarla l’hanno fatta crescere come giocatrice, come leader e, alla fine, come dirigente. Quando Sara ha lasciato il campo nel maggio 2025, non era stanca: aveva semplicemente finito un lavoro per cominciarne un altro.

Trieste, 1989: il pallone come scelta

Sara Gama nasce il 27 marzo 1989 a Trieste, da padre congolese e madre triestina. Inizia a giocare a sette anni, spinta dal suo migliore amico, e cresce nei settori giovanili dello Zaule e della Polisportiva San Marco di Villaggio del Pescatore — la sua prima squadra interamente femminile. A diciassette anni esordisce in Serie A con la maglia del Tavagnacco. Nel 2008, da capitana, vince l’Europeo Under 19 di Francia con l’Italia: a fine torneo la UEFA la inserisce tra le dieci migliori giocatrici della competizione.

Nel 2009 chiude la stagione con il Tavagnacco al terzo posto in Serie A, miglior risultato della sua carriera con il club friulano. Si trasferisce al Chiasiellis. È qui che, per la prima volta, il corpo presenta il conto.

2010-2011, Chiasiellis: il primo ginocchio

Durante un impegno con la Nazionale maggiore, Sara Gama subisce un infortunio grave al ginocchio destro. Il calcio femminile italiano dell’epoca non ha quasi nulla di quello che oggi è normale: niente professionismo, niente fisioterapisti fissi, strutture di recupero spesso condivise con il calcio maschile dilettantistico. La diagnosi la tiene fuori per quasi tutto il campionato 2010‑2011: scenderà in campo soltanto 7 volte su 26 partite.

Per lei ventunenne è una doppia frattura: quella del legamento e quella della prospettiva, la sensazione di vedere il proprio sogno fermarsi mentre le compagne continuano a giocare. Eppure Gama torna. Torna in tempo per disputare, nel 2011, un torneo internazionale in Brasile.

San Paolo, 27 dicembre 2011: i crociati e il ritorno a casa

Italia‑Brasile, partita inaugurale del Torneio Internacional Cidade de São Paulo allo stadio Paulo Machado de Carvalho. Gama è titolare e gioca da pari a pari con la potenza brasiliana. Poi, nel corso della partita, succede ancora: rottura dei legamenti crociati. Esce dal campo mentre l’Italia perde 5‑1; deve tornare in Italia per essere operata, mentre le compagne proseguono il torneo in Brasile, l’Italia chiuderà terza battendo in finale il Cile 3-2.

È il secondo intervento chirurgico in due anni. Per la maggior parte delle calciatrici italiane di quella generazione, sarebbe stato il momento del ritiro: niente contratti professionali, niente assicurazione sportiva paragonabile a quella del calcio maschile, nessuna garanzia sul posto in squadra al rientro. Gama sceglie l’opposto. Si opera, riabilita, torna. Nel 2012 firma con il Brescia, nuova proprietà, nuovo progetto. Venticinque presenze, tre gol, terzo posto in campionato.

Parigi, 2013: il PSG e il terzo stop

Nell’estate 2013 arriva la chiamata che cambia tutto: il Paris Saint-Germain. Per la prima volta Gama vive da dentro un club in cui le calciatrici hanno lo stesso trattamento dei colleghi uomini — strutture, staff medico, contratti veri. Allenata da Farid Benstiti, parte titolare il 1° settembre nella vittoria 2-0 sullo Yzeure.

Gioca le prime tre partite. Poi un nuovo infortunio la mette fuori rosa. Il quadro clinico esatto non è mai stato reso pubblico nei dettagli, ma il risultato è chiaro: Sara passa quasi due stagioni a Parigi, osserva il sistema professionistico che vorrebbe per il calcio italiano, e ci appunta sopra i propri taccuini. Esordisce in Women’s Champions League, ma non riesce a giocare con continuità. Nel 2015 torna al Brescia e vince lo scudetto.

A trentun anni avrebbe potuto rallentare. Invece comincia esattamente da capo.

2017, Juventus Women: la fascia che fa la storia

Nell’estate 2017 la Juventus rileva la matricola del Cuneo e crea la sua sezione femminile da zero. La società chiama Sara Gama e le mette al braccio la fascia di capitano del primo giorno di esistenza del club. Prima stagione: scudetto vinto allo spareggio contro il Brescia, la sua ex squadra.

Da lì comincia la fase della carriera in cui ogni anno aggiunge un titolo: cinque scudetti consecutivi dal 2017‑2018 al 2021‑2022, una pausa, poi il sesto nel 2024‑2025. Quattro Coppe Italia (2018‑2019, 2021‑2022, 2022‑2023, 2024‑2025), tre Supercoppe italiane consecutive, tutte conquistate da capitana — la prima nella storia del club bianconero. Nel 2025 viene inserita nella Hall of Fame del J‑Museum, diventando l’unica calciatrice presente tra i primi cinquanta nomi onorati nel museo della Juventus.

Una piccola flessione fisica torna nel 2022, in Italia-Croazia: distorsione di ginocchio e caviglia sinistra, le diagnosi escludono lesioni serie, rientro in pochi giorni. Niente di paragonabile ai tre stop precedenti.

Nazionale: 140 presenze, 7 gol, dieci anni di fascia

Con l’Italia maggiore, Gama colleziona 140 presenze e sette gol — un bottino raro per una calciatrice. È capitana azzurra dal 2014 al 2024. Disputa il Mondiale di Francia 2019, per molte azzurre era il primo, dopo vent’anni di assenza italiana, gli Europei 2009, 2013, 2017 e 2022. Quando lascia la maglia, lo fa con la consapevolezza che il movimento è cambiato anche grazie a lei.

Il 28 aprile 2025 annuncia il ritiro dal calcio giocato al termine della stagione. Lo fa con un comunicato pulito, senza tour d’addio, senza partita celebrativa. Sapeva già dove sarebbe andata.

Dal campo alla scrivania: una carriera dirigenziale costruita dentro lo spogliatoio

Sara Gama non è una ex calciatrice che si è ritrovata dirigente per caso. È una dirigente che ha cominciato a costruirsi una posizione mentre era ancora in campo. Dall’ottobre 2018 è consigliera FIGC in quota Associazione Italiana Calciatori. Nel novembre 2020 viene eletta vicepresidente dell’AIC — prima donna a ricoprire l’incarico in oltre settant’anni di storia del sindacato dei calciatori italiani. Nel giugno 2021 entra nella Commissione Nazionale Atleti del CONI.

In quegli anni è una delle voci più riconoscibili nella battaglia per il professionismo del calcio femminile italiano — riconoscimento arrivato nel luglio 2022, primo caso in Italia tra gli sport di squadra femminili. La sua tesi pubblica è sempre stata semplice: senza tutele previdenziali e contrattuali, le ragazze talentuose smettono a 25 anni perché non possono permettersi di continuare. Il problema non è la motivazione, è il sistema.

Nell’ottobre 2025 arriva la nomina più simbolica: capo delegazione della Nazionale femminile italiana. Subentra a Chiara Marchitelli — anche lei ex azzurra — con un comunicato che riporta una sua frase precisa, non retorica: «Accompagnerò questa squadra, questo staff e tutte le persone che lavorano per la Nazionale Italiana Femminile di calcio, affiancandole e supportando il nostro ambiente al meglio delle mie capacità». Nel marzo 2026 il presidente Sergio Mattarella la nomina Cavaliere della Repubblica.

Il suo lavoro quotidiano da capo delegazione è meno mediatico di quello da capitana ma più strutturale: tiene insieme staff tecnico, federazione e gruppo squadra, accompagna le giocatrici nei momenti di pressione, sblocca questioni logistiche e contrattuali. Nelle prime trasferte da dirigente — Como contro il Giappone, Parma contro il Brasile, Florida contro gli Stati Uniti — Gama è la persona che le ragazze vedono al rientro in hotel dopo il fischio finale. È un dettaglio che chi gioca capisce subito.

Sara Gama è passata da capitana in campo a punto di riferimento fuori dal campo, incarnando la transizione del calcio femminile italiano da mondo di nicchia a un sistema che comincia a somigliare davvero al futuro che si augura.

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Scritto da: 4EVA Redazione

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