Approfondimento

Zuriel Oduwole: la filmmaker che a 10 anni finì su Forbes

today9 Febbraio 2026 3

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Accra, Ghana. Zuriel Oduwole ha nove anni, è in visita con la famiglia nel paese d’origine di suo padre. Cammina per strada e vede qualcosa che non riesce a togliersi dalla testa: bambine della sua età che vendono acqua e frutta ai bordi delle strade invece di andare a scuola. Non in pochi casi. Sistematicamente. Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Zuriel torna a casa a Los Angeles e non smette di pensarci.

Tre anni dopo, a dodici anni, ha già girato quattro documentari, intervistato oltre quattordici capi di stato e prime ministre africane e fondato un’organizzazione no-profit attiva in tre continenti. Nel 2013 diventa la persona più giovane di sempre a essere pubblicata su Forbes.

Ma questa non è una storia di record. È una storia di cosa succede quando dai a una bambina una telecamera e una domanda a cui non riesce a smettere di pensare.


Una gara scolastica, un documentario, una rivelazione

Tutto inizia nel 2012, quando Zuriel decide di partecipare a una competizione scolastica del National History Day sponsorizzata da History Channel. Sceglie come soggetto la rivoluzione del Ghana e per realizzare il documentario intervista due ex presidenti ghanesi: Jerry Rawlings e John Kufuor.

Ha dieci anni. Si presenta con una videocamera, le domande preparate e una chiarezza di intenti che molti giornalisti professionisti non riescono a raggiungere in carriera. I presidenti la ricevono. Parlano con lei. Il documentario prende forma.

Da autodidatta, impara online a scrivere sceneggiature, montare video, aggiungere animazioni e transizioni. Sua madre Patricia, ingegnera informatica, le insegna i primi rudimenti del software di editing. Il resto lo trova da sola. Scrive, filma, monta tutto in prima persona — ogni documentario è interamente suo.

La competizione scolastica diventa il primo episodio di qualcosa di molto più grande.


L’Africa che i telegiornali non mostrano

“Volevo farlo perché c’è potere nei media e volevo mostrare le cose positive del continente africano al resto del mondo. Di solito quando parlano dell’Africa la ritraggono come un continente di cose negative. Ma io ho vissuto in Africa per un periodo e vedo molte cose positive,” ha spiegato Zuriel.

Non è solo una questione estetica. È una questione politica: la narrazione dell’Africa costruita dai media occidentali — guerra, carestia, malattia — è una narrazione che ha conseguenze reali su come i governi allocano risorse, su come le aziende decidono dove investire, su come le nuove generazioni africane si percepiscono.

Zuriel decide di costruire un contro-archivio. Quattro documentari in tre anni: The Ghana Revolution, Educating and Healing Africa Out of Poverty, Technology in Educational Development e A Promising Africa, quest’ultimo distribuito nelle sale cinematografiche di Ghana, UK, Nigeria, Giappone e Sud Africa. A novembre 2014, a dodici anni, diventa la filmmaker più giovane del mondo ad avere un’opera autoprodotta proiettata in circuiti cinematografici ufficiali.

Ma i film sono soltanto la superficie.


DUSUSU: quando il documentario diventa movimento

Nel marzo 2013, Zuriel lancia formalmente Dream Up, Speak Up, Stand Up (DUSUSU), un progetto presentato per la prima volta alla Lagos Business School, dedicato alla promozione dell’istruzione femminile in Africa.

Il meccanismo è semplice e scalabile: Zuriel arriva nelle scuole, racconta la sua storia, tiene lezioni base di filmmaking per bambini e ragazzi delle comunità più povere. Non dona soldi — trasferisce competenze. Nel giro di pochi anni ha parlato a oltre 21.000 giovani in nove paesi diversi.

Il messaggio che porta non è astratto. “Si dà più valore ai ragazzi che alle ragazze, e c’è questa convinzione che il cognome della donna cambierà quando si sposerà, quindi non vale la pena darle risorse che sono già scarse.” Lo dice con la precisione di chi ha studiato il problema sul campo, non da un libro di testo.


Trentacinque leader mondiali, un matrimonio abolito, un Nobel

Gli anni che seguono trasformano Zuriel da filmmaker prodigio a diplomatica riconosciuta a livello internazionale. Arriva ad aver incontrato oltre 35 leader mondiali tra presidenti e primi ministri, discutendo con loro di istruzione, parità di genere e strategie di pace.

Non tutti gli incontri restano sul piano simbolico. Nel 2019, le sue discussioni con il presidente del Mozambico Filipe Nyusi contribuiscono all’abolizione del matrimonio minorile nel paese — una riforma che riguarda direttamente le bambine che aveva visto per strada ad Accra vent’anni prima, o quasi.

Nel 2017 condivide il palco con Bill e Melinda Gates e Ndaba Mandela a un raduno giovanile a Parigi dove si presentano 500.000 persone. Nel 2022 riceve l’ottava edizione del Ban Ki-moon Leadership Award delle Nazioni Unite per il suo decennio di lavoro nella mediazione internazionale.

Nel gennaio 2025, viene nominata per il Premio Nobel per la Pace da due istituzioni americane e un senatore, in riconoscimento del suo lavoro di mediazione in Sud America, nel Sahel, in Medio Oriente e delle sue iniziative per l’istruzione nelle comunità marginalizzate.

Ha ventidue anni.


Una telecamera come strumento di pace

Vale la pena fermarsi su questo punto: Zuriel Oduwole non ha scelto il cinema perché amava i film. Ha scelto il cinema perché aveva capito qualcosa che molti adulti fanno fatica ad ammettere.

“C’è potere nei media,” ha detto a nove anni. Non era una frase da bambina — era una strategia. La macchina da presa dà accesso. L’accesso apre porte. Le porte aperte diventano conversazioni. Le conversazioni, se condotte con chiarezza e costanza, diventano politiche. Le politiche cambiano le vite delle bambine che vendono acqua ai bordi delle strade di Accra.

Il filo è lungo, ma Zuriel lo tiene in mano dal 2012. E non lo ha mai mollato.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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