Approfondimento

Senda Berenson Abbott: fondò il basket femminile, poi sparì

today2 Giugno 2026 13

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Dicembre 1891.
James Naismith appende due cesti di pesca alle pareti di una palestra della YMCA di Springfield, Massachusetts, e inventa il basket. Questa parte la conoscete.
Qualche mese dopo, a pochi chilometri di distanza, Senda Berenson entra nella palestra dello Smith College di Northampton, prende le regole di Naismith, le smonta e le ricostruisce da zero per le donne. Questa parte non la conosce quasi nessuno.
Sono due azioni diverse. Nella storia ufficiale, la seconda è scomparsa dentro la prima.

Da Kaunas a Northampton

Senda nasce il 19 marzo 1868 a Butrimonys, nell’attuale Lituania, allora parte dell’Impero russo. Il nome originale della famiglia è Valvrojenski. Emigrano in America — lei, i genitori, i fratelli — e si stabiliscono a Boston.

Suo fratello Bernard diventerà uno dei più importanti storici dell’arte del Novecento. Senda prenderà un’altra strada.

Studia alla Boston Normal School of Gymnastics, uno dei pochi istituti americani dell’epoca che forma donne all’educazione fisica. Poi ottiene un incarico allo Smith College, università femminile fondata nel 1871, dove diventa direttrice dell’educazione fisica.

È in questo ruolo, nel 1892, che incontra il basket di Naismith.

Non una copia. Una costruzione.

Le regole originali di Naismith erano state pensate per giovani uomini in un contesto preciso. Berenson non le copia — le interroga. Cosa funziona? Cosa non funziona per un contesto diverso? Cosa va ripensato?

Le modifiche che introduce non sono piccole correzioni. Divide il campo in tre zone: ogni giocatrice rimane nella propria area, non può invadere quelle delle compagne. Vieta di strappare la palla dalle mani dell’avversaria — alla conferenza del 1899 in cui le regole vengono formalizzate, il “stealing” viene eliminato perché considerato comportamento aggressivo incompatibile con il contesto. Limita il dribbling e il tempo di possesso. Cambia la logica stessa del movimento in campo.

Il risultato è un gioco sostanzialmente diverso da quello di Naismith. Non inferiore — diverso. Progettato per funzionare in un contesto sociale preciso, con le aspettative dell’epoca su come le donne dovevano muoversi in pubblico, e con una visione pedagogica sua, originale, su cosa dovesse essere l’attività fisica femminile.

Il 22 marzo 1893 organizza allo Smith College la prima partita di basket femminile collegiale della storia, tra le classi del 1895 e del 1896. Nel 1901 pubblica il manuale Line Basket Ball; or, Basket Ball for Women, che raccoglie le regole adottate dalla conferenza del 1899 e diventa riferimento per il basket femminile universitario americano per i decenni successivi.

Il meccanismo: l’attribuzione come cancellazione

Qui il caso di Berenson si separa da tutti gli altri in questa serie.

Alice Milliat fu esclusa dall’istituzione che aveva costruito. Alfonsina Strada fu cacciata con un regolamento. Beryl Burton vide il proprio record trasferito in una categoria separata. Sono tutte forme di intervento attivo — qualcuno fece qualcosa per rimuoverle.

Berenson non fu rimossa. Fu inglobata.

Il basket è di Naismith: questa frase, ripetuta per oltre un secolo, è tecnicamente vera e sostanzialmente incompleta. Naismith inventò il gioco degli uomini. Berenson costruì il gioco delle donne. Sono due storie. La grammatica della storia sportiva le ha compresse in una, tenendo un nome e scartando l’altro.

Il meccanismo è sottile perché non richiede cattive intenzioni. Basta non fare la domanda giusta. “Chi ha inventato il basket?” produce Naismith. “Chi ha costruito il basket femminile?” produce Berenson. La seconda domanda non viene quasi mai posta, perché il basket femminile viene percepito come una derivazione, non come una creazione autonoma.

Berenson non sparì per colpa di qualcuno. Sparì per colpa di una domanda che nessuno fece.

Lo Smith College e ciò che rimase

Lo Smith College non dimenticò Berenson. Nei corridoi dell’università, nei documenti d’archivio, il suo nome rimase. Ma lo Smith College è una università femminile privata del Massachusetts — non è Madison Square Garden, non è ESPN, non è il manuale scolastico di storia dello sport.

Nella cultura popolare, nel racconto mainstream del basket, Berenson non esiste.

Il Basketball Hall of Fame la inserì nel 1985, più di trent’anni dopo la sua morte — prima donna in assoluto ad essere ammessa in quel pantheon. Nel 1999 arrivò anche il Women’s Basketball Hall of Fame. Due riconoscimenti postuми, in istituzioni diverse, a distanza di decenni l’uno dall’altro. È il tipo di celebrazione che si organizza quando ci si accorge di un’assenza, non quando si riconosce un contributo nel momento in cui viene dato.

Naismith è “il padre del basket”. Berenson è “una pioniera dimenticata del basket femminile”. La differenza grammaticale tra le due formulazioni contiene decenni di scelte editoriali, scolastiche, istituzionali.

Il ponte

Senda Berenson chiude questa serie di storie nel modo più scomodo possibile: senza un antagonista identificabile.

Alice Milliat aveva la IAAF. Alfonsina Strada aveva i regolatori del Giro. Beryl Burton aveva il Road Time Trials Council. Berenson non ha nessuno contro cui puntare il dito — il meccanismo che la cancellò non era una persona, era una struttura narrativa. Un modo di raccontare la storia che considera le donne costruttori di qualcosa di secondario, anche quando quello che costruirono era primario.

È la forma di cancellazione più difficile da combattere, perché non ha un colpevole preciso. E la più difficile da smontare, perché non basta cambiare una regola o aggiornare un libro dei record.

Bisogna cambiare la domanda.

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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