Ascoltatori:
Ascoltatori di punta:
4EVA Radio Donne oltre lo sport
play_arrow
Radio Appalla cassa e basta!
play_arrow
Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Esiste una domanda che quasi nessuno fa.
Non “chi ha vinto Wimbledon per la prima volta?” — quella risposta arriva in tre secondi. Non “chi ha inventato il basket?” — anche quella è immediata.
La domanda che quasi nessuno fa è: e dopo, cosa le è successo?
Questa domanda è stata al centro di questa serie per mesi. Cosa accadde dopo il record, dopo l’oro olimpico, dopo il titolo mondiale, dopo la traversata della Manica. La risposta, ogni volta, era formulata in modo diverso ma portava allo stesso punto. E quando una risposta si ripete nove volte su nove, smette di essere una coincidenza e diventa un sistema.
Questo editoriale è il tentativo di dare un nome a quel sistema.
Cominciamo dai meccanismi, perché sono diversi abbastanza da sembrare casi isolati e simili abbastanza da non esserlo.
Ad Alice Milliat tolsero l’organizzazione che aveva costruito — l’istituzione la inglobò e la espulse simultaneamente. Ad Alfonsina Strada cambiarono le regole del Giro per escluderla retroattivamente. A Ondina Valla fu chiesto di sparire per ragioni di convenienza morale. Gertrude Ederle non fu rimossa — fu semplicemente smessa di guardare, finché il mondo si dimenticò di lei. Fanny Blankers-Koen ricevette un soprannome che la celebrava e la rinchiudeva nella stessa frase. Alice Coachman vinse l’oro olimpico e non ottenne la stretta di mano che avrebbe ricevuto chiunque altro al suo posto. Althea Gibson fu usata come prova che le barriere erano cadute, mentre le negavano ogni beneficio economico di quella caduta. Beryl Burton batté il record maschile dei 12 ore e la federazione britannica cambiò la categoria, non il libro dei record. Senda Berenson costruì il basket femminile e sparì dentro il nome di Naismith.
Nove meccanismi. Nove decenni diversi. Nove paesi diversi. Nove sport diversi.
Un solo risultato: nessuna di loro occupa nel racconto collettivo lo spazio che il suo contributo avrebbe richiesto.
Tra tutti i meccanismi, uno sembra essere il più sottile e il più duraturo. Non la regola che viene cambiata — quella si può contestare. Non l’istituzione che esclude — quella si può denunciare. Ma il linguaggio con cui si raccontano le storie: quello agisce silenziosamente, e i suoi effetti sopravvivono alle singole ingiustizie.
“Massaia volante” — il soprannome di Fanny Blankers-Koen — è la dimostrazione più elegante del meccanismo. Non era un insulto. Era quasi un complimento, nel 1948. Eppure conteneva un’informazione precisa su dove la società collocava il centro di gravità di quella donna: il bucato, i figli, la cucina. La pista era straordinaria, ma temporanea. La casa era permanente.
“Padre del basket” è l’altra faccia della stessa moneta. Non è una menzogna: Naismith ha davvero inventato il gioco. Ma la formula “padre di” assorbe tutto — incluso il lavoro di chi quel gioco lo costruì per la metà del mondo che ne era stata esclusa. Berenson non diventa la “madre del basket femminile” nel racconto comune. Diventa una nota a piè di pagina, se va bene.
“La prima donna a…” è la formula con cui celebriamo le pioniere e simultaneamente le confiniamo nella storia. Dice: questo è un’eccezione. Dice: prima di lei, non era possibile. Non dice mai: e dopo di lei, cosa cambiò davvero? Perché se lo dicessimo, dovremmo rispondere che spesso non cambiò quasi nulla — che Althea Gibson aprì le porte del tennis e rimase sola dall’altra parte, che Alice Coachman aprì le Olimpiadi alle donne nere americane e tornò a casa senza la stretta di mano del presidente.
Il linguaggio non cancella le storie. Le gestisce. Le mette in un cassetto con un’etichetta che dice “già raccontata” — e il cassetto non viene più riaperto.
La cosa più scomoda che si evince da questa serie è che non c’è un antagonista pulito.
In alcuni casi c’è: la IAAF che smantella l’organizzazione di Alice Milliat ha un nome e un indirizzo. Il Road Time Trials Council che non aggiorna il record di Beryl Burton è un’istituzione identificabile. Ma nella maggior parte dei casi — nella dimenticanza di Gertrude Ederle, nella sparizione di Senda Berenson, nell’invisibilità economica di Althea Gibson — il meccanismo non ha un mandante preciso.
Ha una struttura.
Una struttura che considera il contributo femminile derivativo per default, e richiede una prova straordinaria per pensarci diversamente. Una struttura che celebra le prime e dimentica di chiedere cosa accadde alle seconde, alle terze, a tutte quelle che vennero dopo e trovarono le stesse porte di nuovo chiuse. Una struttura che sa premiare il talento eccezionale — purché rimanga eccezionale, purché non pretenda di diventare normale.
Non c’è nessuno da processare. C’è un modo di organizzare il racconto che va cambiato.
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché è a questo che tutta la serie ha lavorato.
Nessuna delle nove donne di questa serie fu dimenticata perché non era abbastanza brava. Milliat organizzò le prime Olimpiadi femminili quando il CIO non voleva sentirne parlare. Strada completò il Giro d’Italia. Ederle attraversò la Manica più velocemente di chiunque prima di lei. Blankers-Koen vinse quattro ori a trent’anni e con due figli. Coachman saltò in alto quando le donne nere non erano nemmeno ammesse nelle piscine pubbliche. Gibson vinse cinque Grandi Slam in due anni. Burton batté il record maschile assoluto. Berenson costruì uno sport dal nulla. Valla vinse l’oro olimpico.
Il talento non era il problema. Non lo è mai stato.
Il problema era chi decideva chi meritava di esistere nel racconto. Chi scriveva i libri di storia sportiva. Chi assegnava i soprannomi. Chi formulava le regole dei record. Chi firmava i contratti di sponsorizzazione. Chi sceglieva le domande da fare — e quali lasciare in silenzio.
Quella capacità decisionale era quasi interamente nelle mani di uomini, in istituzioni costruite da uomini, per uno sport che per decenni era stato solo degli uomini. Non è un’accusa personale a nessuno di loro: è la descrizione di una struttura. Ma le strutture producono risultati, e i risultati di questa struttura li abbiamo visti.
L’editoriale è iniziato con una domanda che quasi nessuno fa e si chiuderà con un’altra.
Non “perché queste donne sono state dimenticate?” — a questa è stato risposto, caso per caso, meccanismo per meccanismo. Ma: chi sta venendo dimenticata adesso?
Non nelle pagine di storia del secolo scorso. Adesso. In questo momento, mentre le classifiche di visibilità mediatica dello sport femminile restano a un decimo di quelle maschili, mentre i contratti di sponsorizzazione si concentrano su tre nomi e ignorano il resto, mentre le atlete di discipline considerate minori lavorano di giorno e si allenano di notte senza che nessuno le guardi.
Le Invisibili non sono un fenomeno storico. Sono una categoria in continua produzione.
Raccontarle è il lavoro che 4EVA ha scelto di fare. Non solo perché il passato meriti riparazione ma anche perché il presente continua a costruire gli archivi del futuro, e quello che non viene scritto adesso non esisterà domani.
La domanda giusta non è mai troppo tardi per farla. Ma c’è un momento in cui diventa più urgente.
Quel momento è adesso.
Una serie editoriale in tre atti che racconta scienziate e atlete cancellate dalla storia sportiva e scientifica. Non casi isolati: un sistema di meccanismi — istituzionali, linguistici, economici — che ha sistematicamente marginalizzato il contributo femminile per oltre un secolo.
Non per mancanza di talento. Per una struttura narrativa che considera il contributo femminile derivativo, e richiede prove straordinarie per pensarci diversamente. Il linguaggio, le istituzioni e i meccanismi di attribuzione hanno storicamente gestito — più che cancellato — il racconto delle atlete.
No. La copertura mediatica dello sport femminile resta strutturalmente inferiore a quella maschile, i contratti di sponsorizzazione si concentrano su pochi nomi, e intere discipline restano invisibili. Le Invisibili non sono un fenomeno storico — sono una categoria in continua produzione.
Chi scrive le storie, assegna i soprannomi, formula le regole dei record, firma i contratti, sceglie le domande da porre. Storicamente, queste funzioni erano concentrate in istituzioni costruite da e per lo sport maschile. Cambiare il risultato richiede cambiare chi esercita quella funzione — e come.
4EVA · Donne oltre lo sport
4EVA esiste per fare le domande giuste. Ogni settimana, su carta, in radio, in community.
Scritto da: Andrea Rango
discriminazione sport femminile storia pioniere sport dimenticate sport femminile narrazione