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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
3 aprile 2025: l’inforcata che spezza una stagione da leggenda. 12 febbraio 2026: l’oro olimpico in Super G sulla pista delle Tofane. In mezzo, 315 giorni che non dovevano bastare a nessuno. Eppure sono bastati a lei.
C’è una frase che il fratello-allenatore Davide ha pronunciato in estate, quando l’Italia ancora si chiedeva se la sua Tigre ce l’avrebbe fatta. «Chi ha un infortunio di questo genere, di solito poi gareggia nelle Paralimpiadi». Non era pessimismo: era diagnosi. Frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale, frattura della testa del perone, rottura del legamento crociato anteriore, lesione capsulo-legamentosa mediale. Una gamba in pezzi, una placca con viti, un decorso che la medicina sportiva classifica come “tra i peggiori possibili”.
Federica Brignone ha trasformato quella diagnosi in due medaglie d’oro olimpiche.
Per capire la rinascita, serve ricordare cosa era stato spezzato. La stagione 2024/2025 di Brignone non somiglia a nessun’altra carriera italiana di sci alpino. Sedici podi, dieci vittorie in Coppa del Mondo distribuite in tre specialità diverse (cinque in gigante, tre in super G, due in discesa), la prima vittoria di sempre in discesa libera l’11 gennaio a Sankt Anton. La seconda Sfera di Cristallo generale della carriera, sigillata aritmeticamente a Sun Valley con 322 punti di vantaggio su Lara Gut-Behrami. Le coppe di specialità di gigante e discesa. L’oro mondiale di gigante a Saalbach, ventotto anni dopo l’ultimo trionfo italiano in quella disciplina, firmato Deborah Compagnoni. L’argento mondiale in super G nella stessa rassegna.
A 34 anni superava il record di Alberto Tomba (15 podi stagionali del 1992) e diventava la sciatrice azzurra più vincente di sempre. Non c’era più nulla da aggiungere a una stagione del genere. Tranne, forse, un titolo italiano in casa.
La domanda che tornerà per mesi è semplice. Perché correre i Campionati italiani assoluti dopo aver vinto tutto? La risposta è doppia. Da ragazzina, Brignone correva quelle gare con le grandi: voleva restituire l’ispirazione alle giovani azzurre che ora la guardavano dal cancelletto. E con il fratello Davide aveva concordato di allungare di un mese la stagione, mantenendo ritmo agonistico in vista dell’olimpiade.
Alpe Lusia, slalom gigante, prima al termine della prima manche. Nella seconda manche, a metà tracciato, il paletto le aggancia il braccio mentre la sciatrice curva verso destra. Il ginocchio resta fermo, la gamba compie un movimento innaturale, il corpo viene sbalzato in avanti. L’elicottero la trasporta prima all’ospedale Santa Chiara di Trento, poi alla clinica La Madonnina di Milano. La sera stessa, intervento di due ore con il dottor Andrea Panzeri, presidente della Commissione Medica FISI, lo stesso che aveva operato Sofia Goggia un anno prima.
Le prime parole di Brignone dopo l’operazione, raccolte dalla FISI, sono già una dichiarazione di guerra travestita da ironia: «Le condizioni della pista erano ottime, stavo bene. Se tornassi indietro rifarei tutto uguale. Cercando però di non cadere».
Niente vacanze, niente arrampicate, niente surf. Solo riabilitazione al J Medical di Torino, lo stesso centro che ha seguito Jannik Sinner. La prima parte d’estate passa sulle stampelle. A metà giugno, Brignone cammina senza appoggio. A fine luglio, secondo intervento in artroscopia per un’artrolisi: una pulizia del ginocchio per recuperare mobilità. È un dettaglio che la stampa minimizza ma che dice tutto sulla scelta strategica: non forzare, sistemare i tessuti, prepararsi per dicembre.
A dicembre i primi video tra le porte iniziano a circolare. Le tempistiche, per chi conosce gli infortuni al ginocchio, sono al limite. Otto mesi dopo una rottura di crociato associata a fratture pluriframmentarie, gli sciatori che provano a tornare in Coppa del Mondo si contano sulle dita di una mano.
Duecentonovantadue giorni dopo l’inforcata, Brignone si presenta al cancelletto di Plan de Corones per il gigante. Sesto posto. Le lacrime in arrivo, un urlo, il sorriso. La risposta ai dubbi olimpici è netta: a Cortina ci sarà.
Nelle settimane successive, durante le prove di velocità, accade qualcosa di tecnico ma decisivo. Le curve ampie di discesa e super G le fanno meno male delle curve strette del gigante. Il dolore non è scomparso, ma è gestibile sulle distese larghe. La scelta tattica di puntare prima sulla velocità non era ottimismo, era calcolo medico.
Quattro gare dal rientro, top-10 nella discesa libera olimpica, poi il super G. Tofane Alpine Skiing Centre, nebbia fitta, tracciato che tradisce le rivali nella sezione centrale. Brignone parte con il numero 6. La parte alta è solida, la parte centrale è chirurgica, la parte bassa è una dichiarazione di superiorità: 1:23.41. Quando scavalca Laura Pirovano di 76 centesimi, il messaggio alla concorrenza è già scritto. Argento alla francese Romane Miradoli, bronzo all’austriaca Cornelia Hütter.
Trecentoquindici giorni dopo l’inforcata, la prima medaglia d’oro olimpica della carriera di Federica Brignone. A 35 anni e 213 giorni diventa la sciatrice più longeva di sempre sul podio dei Giochi Invernali. L’Italia torna sul trono in super G dopo ventiquattro anni. Sergio Mattarella, presente in tribuna, applaude.
Non finisce a Cortina con un solo metallo prezioso. Pochi giorni dopo, Brignone scende anche sul gradino più alto dello slalom gigante: ventotto anni dopo Compagnoni a Nagano 1998, un’italiana torna a vincere l’oro olimpico nella disciplina simbolo dello sci tecnico. Argento a pari merito per Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, che si inchinano sul podio.
Due ori a Milano-Cortina 2026 portano Brignone a quattro medaglie olimpiche complessive: raggiunge il record italiano di Deborah Compagnoni nello sci alpino. Quel parallelismo, dopo Saalbach 2025, non è più una citazione: è una linea di successione.
Le imprese sportive raccontano molto delle epoche che le producono. La rinascita di Brignone arriva in un momento in cui la medicina riabilitativa femminile fa progressi reali, in cui le atlete over 35 non vengono più automaticamente accompagnate fuori dalla porta, in cui la narrazione sportiva italiana — finalmente — smette di chiedere a una campionessa di scusarsi per non essersi ritirata in tempo. Il Quotidiano Nazionale ha contato 315 giorni dall’inferno all’oro: pochi mesi, ma un’epoca intera.
C’è un dettaglio che vale più dei record. Quando Brignone è tornata sugli sci, non lo ha fatto per dimostrare che le donne possono superare un infortunio del genere. Lo ha fatto perché voleva vincere. La differenza è enorme, ed è anche la frontiera che 4EVA prova a difendere: raccontare le atlete non come simboli, ma come professioniste che si presentano al cancelletto per battere le avversarie.
Il 3 aprile 2025, ai Campionati italiani assoluti in Val di Fassa, ha riportato una frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale, della testa del perone e la rottura del legamento crociato anteriore della gamba sinistra. È stata operata la sera stessa a Milano.
Due ori a Milano-Cortina 2026: il super G del 12 febbraio sulle Tofane e lo slalom gigante nei giorni successivi. Sono i suoi primi due ori olimpici in carriera e portano il totale a quattro medaglie olimpiche, eguagliando Deborah Compagnoni.
Trecentoquindici giorni separano l’inforcata del 3 aprile 2025 dall’oro nel super G del 12 febbraio 2026. Il rientro in gara era avvenuto il 20 gennaio a Plan de Corones, 292 giorni dopo l’incidente, con un sesto posto in gigante.
A 35 anni e 213 giorni è la sciatrice più longeva di sempre a salire sul podio dei Giochi Olimpici Invernali. Con quattro medaglie olimpiche raggiunge Deborah Compagnoni come primatista italiana di sci alpino ai Giochi.
4EVA · Donne oltre lo sport
Brignone è l’ultima di una serie. Scopri tutte le storie di atlete che hanno trasformato un infortunio in un capitolo di leggenda.
Scritto da: 4EVA Redazione
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