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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
17 febbraio 2010, Whistler Olympic Park. Venti minuti prima della prima qualifica della sprint olimpica, Petra Majdič esce di curva durante il riscaldamento e cade in un canale di drenaggio fuori pista. Tre metri sotto, sopra le rocce. Esito: quattro costole rotte — i medici la sera ne troveranno una quinta. Sei ore dopo, dopo quattro gare disputate in fila, durante la semifinale una costola incrinata le perfora il polmone. Lei rifiuta gli antidolorifici per paura di “addormentare” i muscoli, va in finale, sorpassa sull’ultima salita e vince il bronzo. Prima medaglia olimpica della storia slovena nel fondo. La porteranno via in barella. È la sua incredibile storia.
C’è una versione di Petra Majdič che lo sci di fondo conosce bene: la regina assoluta della sprint a tecnica classica fra il 2008 e il 2011, ventiquattro vittorie in Coppa del Mondo, tre Coppe del Mondo di specialità, prima slovena di sempre a vincere una gara, una medaglia mondiale, una medaglia olimpica. Il salto generazionale di un piccolo Paese che nel fondo, prima di lei, non aveva un nome.
E poi c’è la Petra Majdič di sei ore. Quelle del 17 febbraio 2010, a Whistler. Sei ore durante le quali ha gareggiato con un polmone che si stava chiudendo, ha rifiutato la morfina, è arrivata terza, si è accasciata oltre il traguardo ed è uscita dalla pista in barella. Quel giorno è il motivo per cui, quindici anni dopo, il suo nome continua a circolare nei video olimpici di tutti i decenni.
La sprint a tecnica classica delle Olimpiadi di Vancouver 2010 si corre il 17 febbraio. È una gara breve e brutale: 1,4 km, quattro turni in giornata (qualifica, quarti, semifinale, finale), tutto da risolvere in pochi minuti di spinte di braccia e gambe. Majdič ci arriva da favorita assoluta. Ha appena vinto due Coppe del Mondo sprint consecutive (2008 e 2009), nove vittorie nella sola stagione 2008/09, e in Slovenia il governo ha praticamente chiuso il dibattito su chi sia l’atleta più importante del Paese.
Venti minuti prima della prima qualifica scende sul tracciato per il riscaldamento. Esce di curva, scivola fuori pista e finisce in un canale di drenaggio profondo circa tre metri, sopra rocce. Si rialza urlando. I volontari olimpici la raggiungono. Lei ripete una sola frase: “Take me to the starting line.” Portatemi alla linea di partenza.
Un medico la visita di corsa prima della qualifica. Conclusione: niente di rotto, è solo dolore. Majdič parte, è autorizzata a partire dal fondo per avere più tempo per recuperare e chiude la qualifica diciannovesima. Per una favorita d’oro, è un disastro.
Ma c’è un dato che il pubblico non sa ancora. La diagnosi è sbagliata. La sera, un esame più accurato troverà cinque costole rotte. Per ora Majdič va avanti. Quarti vinti. Semifinale.
Durante lo sprint finale della semifinale, mentre spinge sui bastoncini per non perdere posizione, qualcosa cede. Una delle costole già incrinate si spezza in due e perfora il polmone. È un pneumotorace: il polmone collassa, l’aria entra nello spazio fra polmone e parete toracica. Per un’atleta di endurance — un mestiere in cui i polmoni sono il motore — è una catastrofe clinica.
Majdič lo sente. Racconterà poi del rumore — “il click sordo di qualcosa che si muove dentro il petto” — a ogni spinta del bastone. Si qualifica per la finale. I medici le offrono un’iniezione di antidolorifico. Lei rifiuta. Ha paura che il farmaco le addormenti i muscoli del torace, quelli che le servono per spingere. Decide che il dolore è meno pericoloso del rischio di non sentire più il proprio corpo.
Nella finale ci sono cinque avversarie sane e una donna con quattro costole spezzate, una quinta che si è rotta in due e un polmone che lavora a metà. Majdič parte cauta, si tiene in scia, sale di posizione. Sull’ultima salita sorpassa. Taglia il traguardo terza, dietro Marit Bjørgen e Justyna Kowalczyk.
La frazione si chiude in un’immagine che è entrata nei video olimpici di tutti i decenni successivi: Majdič si accascia oltre la linea, le compagne di squadra non la lasciano sola, gli allenatori delle altre nazionali — non solo della Slovenia — applaudono in piedi. Sul podio si presenterà piegata in due, incapace di restare in piedi senza appoggio.
Dirà ai giornalisti, nelle ore successive: “Lavoro per questo da vent’anni. Il miracolo è essere arrivata alla partenza. Questa medaglia non è di bronzo, è coperta di diamanti.”
Majdič era nata il 22 dicembre 1979 a Dol pri Ljubljani, vicino Lubiana. Aveva debuttato in Coppa del Mondo nel 1999, a diciannove anni, chiudendo sessantanovesima nei dieci chilometri di Nové Město. Il primo podio era arrivato nel 2001 ad Asiago. La prima vittoria solo nel marzo 2006, a Drammen, in una sprint classica — la specialità che sarebbe diventata sua. Aveva ventisei anni e una carriera lenta.
Poi il salto. Seconda nella Coppa sprint 2007, prima nel 2008, prima nel 2009. Argento mondiale a Sapporo 2007. Un Tour de Ski vinto a tappe. La cosa rara — per una sprinter pura — di vincere anche una gara di lunga distanza, la 30 km di Trondheim 2009. Vancouver 2010 doveva essere il coronamento. Era partita per il Canada da prima del ranking sprint mondiale, con il pronostico di due ori.
I cinque giorni successivi al bronzo li passa in ospedale. Non può tornare a casa in aereo per almeno una settimana — il polmone non lo permette. La squadra slovena protesta con il comitato organizzatore: il punto in cui era caduta, sostengono, doveva essere protetto meglio.
Una stagione cancellata, riabilitazione lunga, e poi un ritorno che pochi ormai si aspettavano davvero. Stagione 2010/11, terzo trofeo di Coppa del Mondo sprint, conquistato il 16 marzo 2011 a Stoccolma con una vittoria dall’inizio alla fine. A marzo dello stesso anno, ai Mondiali di Oslo, bronzo nella sprint a tecnica libera. È la sua seconda medaglia mondiale.
E poi, a fine 2011, il ritiro. Trentadue anni, ventiquattro vittorie in Coppa del Mondo, tre Coppe sprint, una medaglia olimpica, due mondiali, il Premio Terry Fox 2010 — riconoscimento canadese all’atleta che ha incarnato meglio lo spirito olimpico. Un bilancio che, nello sport sloveno, non aveva precedenti.
Gli atleti di endurance ascoltano il proprio corpo come pochi altri sportivi. Sanno leggere il dolore, distinguerlo dalla fatica, capire quando è un segnale che si può ignorare e quando no. Quel 17 febbraio Majdič ha fatto la cosa che dal punto di vista clinico non doveva fare: ha ignorato cinque costole rotte e un polmone collassato per gareggiare quattro volte in sei ore. Dal punto di vista clinico è una scelta che si discute. Dal punto di vista di chi ha lavorato vent’anni per arrivare a una linea di partenza, è una scelta che non si discute affatto.
Lei stessa, anni dopo, ha continuato a chiamare quel bronzo “la medaglia coperta di diamanti.” Non perché valga più di un oro — sapeva benissimo che senza la caduta avrebbe potuto vincerlo, l’oro. Ma perché quella medaglia raccontava una cosa che l’oro non avrebbe raccontato: che il prezzo di alcune giornate sportive non sta nei tempi cronometrici, sta nei millimetri di osso e nei centimetri cubi di aria nei polmoni. E che le donne dello sport di endurance hanno pagato e pagano questo prezzo regolarmente, spesso in silenzio. Majdič quel giorno l’ha pagato in pubblico, sotto le telecamere di mezzo mondo. È diventata, suo malgrado, un manifesto.
Il 17 febbraio 2010, durante il riscaldamento prima della sprint a tecnica classica, Majdič è uscita di pista cadendo in un canale di drenaggio profondo circa tre metri, sopra rocce. Una visita iniziale segnalò quattro costole rotte, un esame approfondito serale ne identificò cinque. In semifinale una costola le ha perforato il polmone causando un pneumotorace.
Una sola, il bronzo di Vancouver 2010 nella sprint a tecnica classica. È la prima medaglia olimpica della storia della Slovenia nello sci di fondo, e per quel risultato Majdič è stata insignita del Premio Terry Fox.
Tre coppe della specialità sprint, vinte nelle stagioni 2007/08, 2008/09 e 2010/11. In totale ha collezionato ventiquattro vittorie in singole gare di Coppa del Mondo, di cui venti in prove sprint.
Si è ritirata alla fine del 2011, a 32 anni, dopo aver vinto il terzo trofeo di Coppa del Mondo sprint a Stoccolma e il bronzo mondiale di Oslo. Oggi è una delle figure pubbliche più riconoscibili dello sport sloveno, attiva come imprenditrice e speaker motivazionale.
4EVA · Donne oltre lo sport
Dalle costole rotte di Majdič al silenzio degli infortuni nascosti: scopri le storie di chi ha gareggiato contro il proprio corpo.
Scritto da: 4EVA Redazione
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