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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Dalla “Farfalla di Orzinuovi” al podio di Tokyo, attraverso il tendine d’Achille rotto in diretta mondiale e una carriera lunga quattro Olimpiadi
Il 2 agosto 2021, ore 10.57 italiane, dentro l’Ariake Gymnastics Centre di Tokyo, Vanessa Ferrari ha trent’anni, sei interventi chirurgici alle spalle e una sola cosa in testa: la quinta diagonale del corpo libero. Sulle note di Con te partirò di Andrea Bocelli, l’azzurra esegue la routine costruita con la coreografa Veronica Calini, un piccolo saltello sull’ultimo arrivo acrobatico, e si ferma a guardare il tabellone. 14.200. È argento olimpico.
L’unica medaglia individuale che alla ginnastica artistica italiana femminile mancava dal 1928. Vinta a 15 anni di distanza dal Mondiale di Aarhus 2006, e dopo due quarti posti olimpici che, a chi conosce la storia, fanno ancora più male del podio raggiunto.
Nata a Orzinuovi (Brescia) il 10 novembre 1990 da madre bulgara, ex ginnasta, Vanessa entra in palestra a sette anni. Nel 1998 si trasferisce alla Brixia di Brescia, sotto la guida di Enrico Casella: un sodalizio che durerà ininterrotto per ventisei anni. Già a tredici anni vince l’argento all-around agli Europei juniores di Amsterdam 2004 — secondo miglior risultato italiano di sempre nella categoria, dopo Enus Mariani.
Il soprannome che le resterà addosso nasce nel 2005, in Spagna, ai Giochi del Mediterraneo di Almería. Vanessa vince cinque ori su sei gare (trave, corpo libero, volteggio, concorso individuale e a squadre) e arriva seconda alle parallele asimmetriche. Insoddisfatta dell’unico argento, esce dalla pedana visibilmente nervosa: la stampa la battezza “la Cannibale”. Lei, anni dopo, ha precisato a Eco Internazionale: «Non è un soprannome che mi ha mai fatto impazzire. Farfalla rappresenta quello che faccio. Sono solo etichette». Ma l’etichetta è rimasta, e racconta qualcosa di vero della sua attitudine in gara.
Il debutto senior, nel 2006, è uno di quei capitoli che entrano nei manuali. Agli Europei di Volos a maggio, l’Italia vince per la prima volta nella storia l’oro a squadre, e Vanessa porta a casa l’argento al corpo libero. Cinque mesi dopo, ad Aarhus in Danimarca, ha quindici anni e mezzo quando affronta la finale all-around dei Mondiali.
Esercizio al volteggio: pulito. Parallele asimmetriche: ottime. Poi la caduta sulla trave — di solito, a quel punto della gara, l’oro è già perso. Vanessa invece arriva all’ultimo attrezzo, il corpo libero, e sulle note di Nessun dorma recupera tutto il margine accumulato dalle avversarie. Quando il punteggio finale appare, è prima. È la prima ginnasta italiana, maschio o femmina, a vincere l’oro all-around ai Mondiali. Il 23 ottobre 2006 riceve dal CONI il Collare d’Oro, la massima onorificenza. Nel 2007, a diciassette anni, viene nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica.
Il rovescio della medaglia arriva subito. Ai Mondiali di Stoccarda 2007, durante un salto Comăneci, Vanessa cade dalle parallele e si frattura lo scafoide del piede. È il primo segnale di una storia clinica che le riempirà la carriera. «I tendini sono sempre stati il mio tallone d’Achille», ha raccontato al Giorno nel febbraio 2025. «Sei operazioni tra entrambi i tendini, in parte per predisposizione e in parte per i carichi che la ginnastica gli impone».
A Pechino 2008, sua prima Olimpiade, gareggia con una tendinite acuta al piede e finisce undicesima nell’all-around. Nessuna finale di specialità. A Londra 2012, secondi Giochi Olimpici, presenta sul corpo libero un elemento mai eseguito prima: un enjambé cambio ad anello con 360 gradi di rotazione. Il salto entrerà nel Codice dei Punteggi della Federazione Internazionale con il nome ufficiale “Il Ferrari”. Finisce terza a pari merito con la russa Aliya Mustafina, ma il regolamento, in caso di parità, premia la maggiore esecuzione: il bronzo va alla russa. È un quarto posto che Vanessa, ancora oggi, considera un “terzo posto rubato”.
A Rio 2016 succede di nuovo. Quarto posto al corpo libero, dietro Simone Biles, Alexandra Raisman e una sedicenne inglese, Amy Tinkler, che chiude il podio con il bronzo. Vanessa, finiti i Giochi, viene operata per la prima volta al tendine d’Achille sinistro.
L’8 ottobre 2017, ai Mondiali di Montreal, Vanessa entra in pedana per la finale del corpo libero. È data tra le candidate al podio. Seconda diagonale acrobatica: il tendine d’Achille si rompe in pieno stacco. Lascia la pedana in braccio al suo allenatore. Le immagini fanno il giro dei notiziari, accompagnate da una conta dell’orrore: sembra l’atto finale di una carriera straordinaria per risultati, infortuni e rinascite.
Non lo è. Vanessa ricostruisce il tendine, affronta nel 2019 altri due interventi alle caviglie, supera anche un contagio da Covid nel 2021 a poche settimane dagli Europei di Basilea. Lì rientra e vince il bronzo al corpo libero sulle note di “Bella ciao”, dedicato all’anniversario della Liberazione. Tre mesi dopo, Tokyo.
La finale del 2 agosto 2021 si gioca senza Simone Biles, ritiratasi dalla competizione per ragioni di salute mentale. La pressione, sul corpo libero, ricade soprattutto sull’americana Jade Carey, che porta in pedana una difficoltà più alta (5.00 contro i 5.90 di Vanessa). Ma Carey paga la parte artistica: 14.366, abbastanza per vincere ma con un’esecuzione meno pulita.
L’esercizio di Vanessa è costruito per puntare tutto sulla qualità: tre diagonali acrobatiche (rondata-flic-Tsukahara avvitato, rondata-Tsukahara, e gran finale con un avanti teso smezzato-rondata-flic-doppio raccolto), incorniciate da elementi artistici tra cui lo Strug ad anello che porta il suo nome. Coefficiente di difficoltà 5.90, esecuzione 8.300. 14.200. Argento. Dietro di lei, Mai Murakami e Angelina Melnikova chiudono con un bronzo ex aequo (14.166) — esattamente lo scenario che, nove anni prima, l’aveva tagliata fuori a Londra.
«La dedico a chi ha continuato a credere in me quando nemmeno io lo facevo», ha detto a fine gara. «Mi hanno preso e riportato qui». A 30 anni, alla quarta Olimpiade — primato per una ginnasta italiana — ha chiuso il cerchio che le mancava.
Vanessa prova a inseguire una quinta Olimpiade. Il 27 giugno 2024, esattamente un mese prima dell’inaugurazione di Parigi, una lesione muscolare al polpaccio in allenamento le impedisce di partire. Il 9 ottobre 2024, attraverso BresciaOggi, annuncia il ritiro: «L’avevo già deciso prima di Parigi. Quella sarebbe stata l’ultimo atto. Fisicamente gli infortuni si stanno facendo sentire. Sono serena».
Oggi, a 35 anni, allena le atlete del gruppo sportivo dell’Esercito, dove è Caporal maggiore scelto dal 2009. Resta un dato che, dal nostro punto di vista, vale più dei numeri: prima del suo argento di Tokyo, l’ultimo podio olimpico individuale femminile della ginnastica italiana risaliva ad Amsterdam 1928. Dopo di lei sono arrivate le Fate — Alice D’Amato, Manila Esposito, Giorgia Villa — che a Parigi 2024 hanno portato a casa argento di squadra e oro alla trave. La palestra di via Petrarca a Brescia, costruita anche grazie al richiamo mediatico generato dalle sue vittorie, oggi è il laboratorio di una generazione.
C’è una tentazione, raccontando Vanessa Ferrari, che è quella di leggere la sua carriera come una sequenza di redenzioni: ogni infortunio una metafora, ogni quarto posto una preparazione al riscatto. È una narrazione comoda e, lo diciamo senza giri, è anche quella che a Vanessa stessa interessa meno. Nell’intervista a il Giorno, alla domanda sulla delusione più grande, ha risposto: «I quarti posti hanno fatto molto male, come gli infortuni. Ma ogni volta ho trovato la forza di riprendermi». Non è la frase di chi cerca senso, è la frase di chi ha contabilizzato.
Quella mattina di Tokyo, sul podio dietro Jade Carey, Vanessa pesava 45 chili scarsi e portava nei tendini la mappa di sei chirurgie. Il punteggio 14.200 era arrivato dopo quindici anni di lavoro a sottrarre, non ad aggiungere — togliere errori, togliere imprecisioni, fino a lasciare solo l’essenziale. La Cannibale è stata anche questo: una ginnasta che ha vinto perché ha imparato, prima di tutto, a non perdere niente.
Il soprannome nasce ai Giochi del Mediterraneo di Almería 2005, quando Vanessa vince cinque ori su sei gare e si mostra visibilmente insoddisfatta dell’unico argento. La stampa la ribattezza “la Cannibale”.
Sei interventi chirurgici complessivi, principalmente ai tendini di entrambe le caviglie, oltre alla ricostruzione del tendine d’Achille rotto ai Mondiali di Montreal 2017 e a una lesione al polpaccio nel 2024.
È un elemento del corpo libero introdotto da Vanessa alle Olimpiadi di Londra 2012: un enjambé cambio ad anello con 360 gradi di rotazione. Mai eseguito prima da nessuno, è entrato nel Codice della Federazione Internazionale con il suo nome.
Il 9 ottobre 2024, attraverso un’intervista al quotidiano BresciaOggi, dopo aver dovuto rinunciare alle Olimpiadi di Parigi per una lesione al polpaccio. Oggi allena le atlete del gruppo sportivo dell’Esercito.
4EVA · Donne oltre lo sport
Da Vanessa Ferrari a Kerri Strug, da Sarah Fahr a Federica Brignone: i profili 4EVA delle atlete che hanno trasformato il dolore in medaglia.
Scritto da: 4EVA Redazione
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