Approfondimento

Kerri Strug, l’oro di Atlanta ’96 saltato a una gamba

today9 Maggio 2026 9

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Georgia Dome, 23 luglio 1996. Una diciottenne di Tucson rincorre il volteggio con la caviglia sinistra distrutta — distorsione di terzo grado, due legamenti lesionati. Lo esegue su una gamba sola, atterra in piedi, prende 9.712 e regala agli Stati Uniti il primo oro a squadre nella ginnastica artistica femminile. Kerri Strug non era la più talentuosa delle Magnificent Seven. Lo è diventata in tre secondi di rincorsa.


C’è un secondo, esattamente un secondo, in cui tutto cambia. Kerri Strug è in fondo alla pedana del volteggio della Georgia Dome, ha 18 anni, pesa 39 chili, ha appena fallito il primo salto e si è infortunata gravemente alla caviglia sinistra. Bela Karolyi le ha appena detto di saltare ancora. Il pubblico americano la guarda da casa con il fiato sospeso. Strug rincorre, mette le mani sulla pedana, esegue uno yurchenko con avvitamento e mezzo, e atterra. Su una gamba sola. Tiene la posizione il tempo necessario per il giudizio — un secondo, forse un secondo e mezzo — poi crolla a terra.

9.712. Quella cifra è entrata nel patrimonio mitologico dello sport americano. Quello che pochi raccontano è che non serviva a niente.

Una riserva di lusso, non una stella

Prima del 23 luglio 1996, Kerri Strug non era nessuno per il grande pubblico. Lo dice anche lei. Era stata trascurata dai media perché non era mai stata considerata tosta come le sue rivali. Pochi nel mondo della ginnastica, incluso Karolyi, si sarebbero mai aspettati che Strug diventasse un’eroina.

Le compagne più riconoscibili erano altre: Shannon Miller, già stella conclamata. Dominique Dawes, leader tecnica. Dominique Moceanu, la quattordicenne fenomeno. Strug era quella che a Barcellona 1992 era stata la più giovane americana ai Giochi a 14 anni, aveva preso un bronzo a squadre e si era persa la qualificazione all’all-around per un soffio. Solida, riservata, mai esplosiva.

Tra il 1992 e il 1996 cambia tre allenatori, va e torna nella palestra di Bela Karolyi, vince finalmente la sua prima gara internazionale importante — la McDonald’s American Cup nel marzo 1996. Arriva ad Atlanta come ultima ginnasta delle “Magnifiche Sette”. L’ultima a saltare. Per puro caso.

Le Magnificent Seven e il sogno mai realizzato

Fino ad Atlanta 1996, la nazionale femminile americana non aveva mai vinto l’oro a squadre. Mai. La ginnastica artistica USA aveva sfornato negli anni una serie di talenti individuali — Mary Lou Retton oro all-around a Los Angeles 1984 — ma il podio collettivo era sempre stato dominato dalle scuole sovietica e rumena.

Erano i Giochi di casa. Erano i Giochi di Atlanta. C’era il pubblico più caldo del mondo a riempire la Georgia Dome. E le Sette Magnifiche — Miller, Dawes, Moceanu, Phelps, Chow, Borden, Strug — erano arrivate all’ultima rotazione con un vantaggio tranquillizzante sulle russe. Bastava non sbagliare.

Poi Moceanu cade due volte. La quattordicenne crolla sotto la pressione. La distanza dalle russe si assottiglia in modo pericoloso. Tocca a Strug, ultima al volteggio, salvare il finale.

Il primo salto e la caduta

Strug rincorre, esegue, atterra male. La caviglia sinistra cede sotto il peso del rientro a terra. Il punteggio è 9.162. Si rialza zoppicando, torna ai blocchi senza appoggiare il piede. Le telecamere fanno primo piano sul suo volto: ha gli occhi sbarrati, capisce che qualcosa si è rotto.

C’è il dialogo con Karolyi, che ormai è una citazione canonica della storia olimpica. «Abbiamo bisogno del secondo salto?», chiede Strug all’allenatore. «Kerri, devi saltare un’altra volta. Ancora una volta sola per la medaglia d’oro: so che puoi farcela», risponde Bela.

Lei dice sì. Va.

Il secondo salto e l’oro

Quello che succede nei trenta secondi successivi è materiale per ogni montaggio sportivo americano da trent’anni a questa parte. Strug rincorre piano. Esegue un volteggio tecnico complesso — yurchenko avvitamento e mezzo. Atterra in piedi. Tiene la posizione mantenendosi sulla gamba destra, senza appoggiare la sinistra. Il punteggio è 9.712. Poi crolla.

La diagnosi che arriverà subito dopo non lascia spazio a interpretazioni: distorsione di terzo grado alla caviglia sinistra con lesione del tendine, due legamenti compromessi. Karolyi la prende in braccio, la porta dentro lo stadio, poi sul podio. Lei piange. Sorride. Ha la gamba  fasciata e fiori in mano. È un’immagine che gli Stati Uniti hanno proiettato per anni come icona di grit — quella parola intraducibile che sta tra grinta, sangue freddo e ostinazione.

La verità scomoda: il sacrificio era inutile

Qui c’è il dettaglio che il mito ufficiale tende a saltare. Quella seconda rincorsa, dal punto di vista del calcolo dei punti, non serviva. Le ginnaste russe Kochetkova e Galiyeva, in pedana al corpo libero negli stessi minuti, non andarono oltre i punteggi di 9.725 e 9.500. Anche se Strug avesse rinunciato al secondo salto e si fosse fermata al 9.162 del primo, gli Stati Uniti avrebbero comunque vinto l’oro.

Karolyi non poteva saperlo in quel momento — i punteggi russi sarebbero arrivati dopo — ma la matematica, retrospettivamente, è impietosa.

C’è poi un altro dato che vale la pena fissare. Per superare Moceanu nel concorso individuale, Strug aveva bisogno di un punteggio superiore ai 9.500 punti al volteggio. Aveva una rivalità interna alla squadra per qualificarsi all’all-around. Il secondo salto serviva anche per quello — un dettaglio che il mito americano dell’eroe per la patria ha sempre tenuto in penombra.

Resta il fatto, e questo nessuno lo discute: una diciottenne con due legamenti lesionati ha eseguito un volteggio tecnicamente complesso e l’ha atterrato. Indipendentemente dai calcoli, il gesto fisico è stato quello.

Il ritiro che arriva subito

Dieci giorni dopo, il 2 agosto 1996, Kerri Strug annuncia il ritiro dalla ginnastica agonistica. Ha 18 anni. Decide di passare alle opportunità professionali, sfruttando la nuova fama acquisita: partecipa all’Ice Capades di Disney, finisce sulla copertina di Time e People, fa una comparsata in Beverly Hills 90210, gira un’intervista con Barbara Walters tra le “dieci persone più affascinanti dell’anno”.

Il problema è che la caviglia non guarisce mai del tutto. L’infortunio peggiora dopo i tour pubblicitari e le iniziative promozionali condotte senza darle il tempo di guarire correttamente. Quella che doveva essere una pausa per recuperare diventa la chiusura definitiva di una carriera. A 18 anni Strug ha smesso. Senza una vera ultima gara.

La vita dopo: una scelta radicale di normalità

C’è una cosa che colpisce della parabola post-1996 di Kerri Strug: ha scelto la via meno spettacolare possibile. Si laurea a Stanford con un master in sociologia. Lavora per anni come maestra di scuola elementare a San Jose. Si trasferisce a Washington D.C. nel 2003, dove entra al Dipartimento del Tesoro, poi al Dipartimento di Giustizia all’Office of Juvenile Justice and Delinquency Prevention. Si sposa con un avvocato nel 2010, ha due figli.

Niente reality, niente carriera televisiva, niente accademia di ginnastica con il proprio nome sopra. Una sola autobiografia, Landing on My Feet: A Diary of Dreams, e qualche apparizione come correspondent per Yahoo durante le Olimpiadi di Atene 2004. Per il resto, una scelta di silenzio che in America — paese che premia la sovraesposizione — è quasi controculturale.

Il film che doveva uscire e non uscirà

A marzo 2026 Netflix ha annunciato Perfect, biopic dedicato proprio a quel volteggio, tratto dall’autobiografia di Strug. Millie Bobby Brown sarebbe stata la protagonista, anche co-sceneggiatrice e produttrice, con Gia Coppola alla regia e riprese previste dall’8 giugno al 29 luglio 2026. Il 10 aprile 2026, però, Brown è uscita dal progetto per “differenze creative” e Netflix ha cancellato il film. Resta da vedere se altri studi recupereranno il materiale.

Cosa resta del volteggio di Atlanta

Trent’anni dopo, il salto di Strug è ancora un caso di studio. C’è la lettura eroica, dominante negli Stati Uniti: il sacrificio individuale che cementa la squadra, l’icona del coraggio. C’è la lettura critica, emersa col passare del tempo soprattutto dopo le inchieste sulla cultura abusiva nella ginnastica USA degli anni ’90: una diciottenne mandata a saltare con due legamenti lesionati da un allenatore che non aveva accesso ai punteggi avversari, in un sistema che premiava il dolore come prova di valore.

Strug stessa, in interviste successive, ha sempre detto che lo rifarebbe. «Non potevo andarmene. Se non avessi fatto quell’ultimo volteggio, mi avrebbe perseguitata per sempre. È una fortuna che ce l’abbia fatta in quel momento.» È una dichiarazione che andrebbe presa per quello che è — la scelta di un’atleta adulta, oggi, di possedere il proprio gesto.

Ma resta il fatto che quella sera del 23 luglio 1996, sulla pedana della Georgia Dome, c’era una ragazza di 18 anni che pesava 39 chili e aveva la caviglia in pezzi. E un uomo dall’altra parte del cancelletto che le diceva di saltare un’ultima volta. La ginnastica artistica femminile, soprattutto americana, è stata costruita su quella scena per decenni. Solo da pochi anni, anche grazie alla presa di posizione pubblica di Simone Biles a Tokyo 2020, si è iniziato a discutere se davvero quella scena vada celebrata o ripensata.

Kerri Strug ha vinto un oro olimpico saltando su una gamba. È un fatto. Quello che quel fatto significa per chi guarda lo sport oggi, è una domanda che vale la pena tenere aperta.

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Scritto da: 4EVA Redazione

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