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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Billie Jean King vinse quella partita nel settembre del 1973. Bobby Riggs aveva detto che nessuna donna avrebbe potuto batterlo. Lei lo batté, davanti a 90 milioni di persone. Il mondo applaudì. I giornali scrissero che era cambiato qualcosa.
Cinquant’anni dopo, il Consiglio d’Europa ha pubblicato i dati di 21 paesi europei su governance, coaching, partecipazione e rappresentazione mediatica nello sport. Li ha chiamati All In Plus. È un eufemismo. Perché quello che emerge non è un quadro di progresso lento ma costante. È la fotografia di un sistema che ha imparato a sembrare più equo senza esserlo davvero.
Partiamo dai numeri. Poi arriviamo alla domanda che i numeri non fanno ma che questo articolo fa: perché.
In Europa, il 12% delle presidenti di federazione sportiva è donna. Dodici per cento. Cinque paesi — Albania, Cipro, Montenegro, Portogallo e Ucraina — non hanno neanche una presidente di federazione. Zero. Il dato è del 2023, raccolto su 544 federazioni in 21 paesi.
La buona notizia, se vogliamo chiamarla così, è che nel 2019 era il 14%. Quindi è anche peggiorato.
Sì, i vicepresidenti donna sono cresciuti: dal 18% al 29% tra il 2019 e il 2023. I consigli di amministrazione hanno più donne di prima. Ma il potere reale — la presidenza, la firma finale, la voce che decide — resta nelle stesse mani di sempre. C’è un nome preciso per questa dinamica: le donne vengono ammesse ai margini della governance sportiva, non al centro.
In Italia la situazione è ancora più netta. Solo il 4,5% dei presidenti di organismi sportivi è donna, secondo gli ultimi dati di Sport e Salute. Siamo ampiamente sotto la media europea, già bassa. Non è una curiosità statistica: significa che le regole del gioco vengono scritte da persone che non hanno mai giocato come le atlete che quelle regole devono rispettare.
La Svezia, in questo quadro, fa una cosa strana: il 45% delle presidenti di federazione svedesi è donna. La Finlandia il 26%. Non è magia nordica — è il risultato di politiche attive, quote, e una cultura istituzionale che tratta la parità come requisito, non come bonus. Il resto d’Europa guarda e aspetta.

Il numero più sorprendente del report non riguarda i dirigenti. Riguarda gli allenatori.
Nelle 21 nazioni monitorate, solo il 22% degli allenatori registrati è donna. Ma se si guarda alle nazionali e all’élite, quella percentuale sale al 28%. Le donne allenatrici, cioè, riescono meglio ai vertici che alla base. Non perché siano più capaci lì — ovviamente — ma perché è più facile entrare in un sistema di eccellenza, dove le competenze contano di più, che in quello del grassroots, dove le dinamiche informali e i pregiudizi impliciti pesano di più.
La Francia ha il 30% di allenatrici élite. La Svezia il 38%. La Cechia l’11%. La Georgia il 14%.
Il problema strutturale è questo: se le donne non allevano alla base, non ci sono atlete a livello superiore. Se non ci sono allenatrici alla base, le bambine crescono senza vedere una donna in quella posizione di autorità tecnica. È un ciclo che si autoalimenta. Il report lo dice con dati, noi lo diciamo in chiaro: il coaching femminile al grassroots è la fondamenta su cui crolla tutto il resto.
Una ricerca pubblicata da Sport e Salute nel 2025 mette in fila i numeri italiani: nei club sportivi solo il 3,1% degli allenatori è donna. Nelle Nazionali la quota sale al 7%. Non è un dato rassicurante — è solo meno peggio. E conferma che il problema non riguarda le capacità delle donne di allenare, ma la struttura che decide chi può farlo.

C’è un dato nel report che andrebbe letto nelle scuole, negli oratori, nelle palestre. Non nelle federazioni — loro lo sanno già e non sembrano turbate.
Tra tutte le iscritte a club e federazioni sportive in Europa, le donne adulte (over 18) rappresentano il 17% del totale. Gli uomini adulti il 35%. Le ragazze under 18 sono al 20%, i ragazzi under 18 al 28%.
Ma il punto non è solo il gap assoluto. È la traiettoria. Tra le under 18, le ragazze sono il 35% delle iscritte. Tra le over 18, crollano al 27%. I ragazzi fanno il percorso opposto: aumentano, in percentuale, quando diventano adulti. Le ragazze smettono. In massa. Tra l’adolescenza e l’età adulta, qualcosa si rompe.
Cosa si rompe, esattamente? Non ci vuole uno studio per capirlo, ma il report lo documenta comunque. Mancano infrastrutture pensate per le donne. Mancano orari compatibili con carichi di cura che ricadono sproporzionatamente sulle donne. Mancano modelli visibili — allenatrici, dirigenti, atlete professioniste che vivono del loro sport. Manca, in molti contesti, semplicemente il permesso culturale.
La Finlandia è l’unico paese in cui le donne e le ragazze insieme raggiungono il 50% degli iscritti alle federazioni. Un paese su ventuno.

Nel 2018, l’UNESCO stimava che lo sport femminile coprisse il 4% di tutti i contenuti sportivi nei media. In Italia, i dati dell’Osservatorio di Pavia collocano la presenza delle atlete nei notiziari televisivi tra l’8% e il 10%, con picchi visibili solo durante le Olimpiadi.
In Italia, nel 2022, nei principali telegiornali una notizia sportiva su dieci riguardava lo sport femminile. Poi sono arrivate le Olimpiadi di Parigi 2024. La copertura è migliorata, i numeri sono stati più equilibrati durante i Giochi. Poi i Giochi sono finiti, e la visibilità è calata di nuovo — come documenta la ricerca dell’Osservatorio di Pavia realizzata con la Fondazione Bracco. È lo stesso meccanismo da decenni: la visibilità esiste quando c’è un grande evento, quando conviene allo spettacolo. Nel tempo ordinario, nell’intera stagione, in ogni domenica senza Olimpiadi, le atlete tornano nell’ombra.
Questo lo confermano anche i dati europei All In Plus 2025: solo il 35% delle organizzazioni sportive monitorate in 21 paesi ha adottato misure per una rappresentazione equilibrata nei media. Solo il 28% ha linee guida formali su come raccontare le atlete. Due organizzazioni su dieci, cioè, hanno scritto da qualche parte cosa significa raccontare una donna che fa sport senza ridurla a riempitivo del palinsesto.
C’è un paradosso qui che vale la pena nominare. I Comitati olimpici nazionali sono i più attivi su questo fronte: il 69% ha preso misure per una copertura mediatica equilibrata. Le federazioni sportive sono le meno attive: solo il 33%. Le federazioni — quelle che gestiscono quotidianamente la comunicazione delle discipline, le conferenze stampa, i comunicati dopo le partite — sono le ultime a preoccuparsene.
Non è una svista. È una scelta, anche quando non è consapevole.

Cinquant’anni fa Billie Jean King ha costruito la WTA con 63 dollari e una fotocopiatrice. Ha cambiato le regole del tennis professionistico. Ha fatto pagare la sua omosessualità — quando fu costretta ad ammetterla, perse tutti i contratti pubblicitari in una notte.
Oggi la FIFA ha triplicato il montepremi del Mondiale femminile nel 2023 rispetto al 2019. Grande notizia. Era ancora un terzo di quello maschile. Il 12% delle presidenti di federazione in Europa è donna. Il 22% degli allenatori è donna. Le ragazze smettono di fare sport quando diventano adulte a un ritmo che non ha paralleli tra i ragazzi.
Questo non è il racconto di un fallimento totale. Ci sono paesi che dimostrano che si può fare diversamente. La Svezia, la Finlandia, la Francia non sono utopie: sono modelli che scelgono di mettere le risorse dove mettono le parole.
Il problema è che in Europa — e in Italia in modo particolare — il gender gap nello sport viene trattato come un fenomeno in via di risoluzione spontanea. Come se bastasse aspettare. Come se i dati del 2025 non dicessero la stessa cosa di quelli del 2019, che dicevano la stessa cosa di quelli del 2013.
King ha vinto quella partita. Il sistema ha continuato a perdere le sue.
Il report del Consiglio d’Europa (2025) analizza 21 paesi su leadership, coaching, partecipazione e media. I dati mostrano progressi lenti: solo il 12% delle presidenti di federazione è donna, il 22% degli allenatori registrati è donna, e le donne adulte rappresentano il 17% degli iscritti alle federazioni sportive.
Il report All In Plus documenta un calo netto tra l’adolescenza e l’età adulta. Le cause principali: mancanza di infrastrutture pensate per le donne, carichi di cura non equamente distribuiti, assenza di modelli visibili (allenatrici, dirigenti) e barriere culturali implicite.
Svezia e Finlandia guidano la classifica su quasi tutti gli indicatori: leadership, coaching, partecipazione. La Svezia ha il 45% di presidenti di federazione donna e raggiunge la parità nelle iscrizioni ai club. Francia e Spagna mostrano buone performance su coaching e politiche anti-violenza di genere.
Nel 2023 la FIFA ha triplicato il montepremi del Mondiale femminile rispetto al 2019. Nonostante l’aumento, il totale rimane circa un terzo del montepremi del Mondiale maschile equivalente, secondo i dati EPRS 2024 del Parlamento europeo.
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Scritto da: Andrea Rango
All In Plus 2025 donne leadership sport parità di genere sport