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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
C’è una fotografia che il tennis americano ha usato per decenni. Wimbledon 1957: Althea Gibson stringe la mano alla Regina Elisabetta II, coppa in mano, sorriso largo. L’America la incorniciò come prova che il sogno funzionava, che le barriere razziali stavano cedendo.
Quello che nessuno raccontava stava fuori dall’inquadratura.
Althea Gibson nasce il 25 agosto 1927 a Silver, South Carolina, ma cresce a Harlem. La famiglia è arrivata dal Sud durante la Grande Migrazione. Suo padre lavora in un garage, sua madre fa i lavori di casa degli altri.
Lei gioca per strada, come fanno tutti i bambini del quartiere. Il gioco si chiama paddle tennis e si fa sui marciapiedi. Lo fa così bene che la Police Athletic League la nota e le dà una racchetta vera.
Da lì al vero tennis il salto non è ovvio. Il vero tennis, negli anni Quaranta, è un mondo bianco. Gli impianti sono bianchi. I club sono bianchi. I tornei della USLTA — la federazione tennistica americana — sono bianchi.
L’unico spazio in cui Gibson può giocare sul serio è l’ATA, l’American Tennis Association, la federazione nera fondata nel 1916. È lì che la scopre il dottor Walter Johnson, medico di Lynchburg, Virginia, che da anni finanzia di tasca propria le carriere dei tennisti neri. Johnson la accoglie in casa sua, la allena, le paga le trasferte. Senza di lui, la storia di Gibson finisce a Harlem.
Nel 1950 Alice Marble — ex numero uno del mondo, bianca, intoccabile nel pantheon del tennis americano — pubblica una lettera aperta sulla rivista American Lawn Tennis. Il tono è diretto: perché Althea Gibson non può partecipare ai tornei della USLTA? Se è abbastanza brava, dovrebbe giocare. Il razzismo non è un motivo tennistico.
La lettera fa scandalo. E funziona.
Nello stesso anno Gibson debutta agli US Championships a Forest Hills. È la prima donna nera ad attraversare quella porta. Gli spalti la guardano come si guarda qualcosa di anomalo. Lei gioca. Perde al secondo turno — contro Louise Brough, campionessa in carica a Wimbledon.
Ci vogliono altri sei anni.
1956: Roland Garros. Althea Gibson vince. È la prima persona nera, uomo o donna, a vincere un Grande Slam nella storia del tennis. Ha ventotto anni.
1957: Wimbledon. Vince. US Championships. Vince.
1958: Wimbledon. Vince ancora. US Championships. Ancora.
Cinque titoli in singolo in due anni. In parallelo, accumula vittorie nei doppi. Viene eletta miglior tennista dell’anno dall’Associated Press sia nel 1957 che nel 1958.
E adesso arriva il punto.
Il tennis professionistico degli anni Cinquanta non esiste, non nel senso moderno. I Grandi Slam sono tornei dilettantistici: nessuno riceve un premio in denaro ufficiale. Ma i campioni bianchi di quel periodo ricevono compensi informali dai club, ospitalità garantita, accordi con marchi sportivi. Gibson riceve applausi. La stretta di mano della Regina. Le pagine dei giornali.
Nessuno le offre quello che avrebbe dovuto arrivare naturalmente: contratti, sponsorizzazioni, sicurezza economica. La documentazione disponibile mostra che, a differenza di molte colleghe bianche, Gibson ebbe accesso molto più limitato a inviti, endorsement e compensi — e dovette cercare altrove le entrate per vivere.
🎬 Da vedere
Althea
/ Althea, 2015
Regia: Rex Miller · Con: Althea Gibson (archivio) ·
[Prime VIdeo]
· Produzione: PBS
Il documentario racconta bene la traiettoria atletica e il contesto razziale, con materiale d’archivio raro. Quello che non dice è altrettanto importante: la povertà degli ultimi anni non viene esplorata con la stessa profondità delle vittorie. Il trionfo è più fotografabile del silenzio che viene dopo.
Nel 1958 Gibson si trova davanti a un calcolo semplice e brutale: non ha abbastanza soldi per continuare a viaggiare nel circuito dilettantistico. Scrive la sua autobiografia — I Always Wanted to Be Somebody — e firma per diventare professionista.
All’epoca, “professionista” nel tennis significava una cosa sola: uscire dai Grandi Slam. I tornei più grandi del mondo erano riservati ai dilettanti. Diventare pro era l’unico modo per guadagnare qualcosa, e quel qualcosa escludeva automaticamente Wimbledon, Roland Garros, gli US Championships.
Gibson gioca esibizioni itineranti per qualche anno. Poi si reinventa.
Nel 1963 Gibson entra nell’LPGA Tour — il circuito professionistico di golf femminile. Di nuovo la prima donna nera a farlo. Il golf è ancora più chiuso del tennis, i country club ancora più ermetici. Gibson riesce a competere per anni, senza mai vincere un titolo maggiore, spingendo comunque una porta che non si sarebbe aperta da sola.
Sono anni di lavoro silenzioso. Il mondo del tennis non la guarda più.
Negli ultimi anni della sua vita, Gibson vive a East Orange, New Jersey. Ha problemi di salute gravi — un ictus, poi un altro. Ha difficoltà economiche serie.
Secondo ricostruzioni biografiche riportate da più fonti, nelle settimane precedenti la morte Gibson avrebbe segnalato a Billie Jean King di non riuscire a coprire le spese di base; King avrebbe quindi mobilitato un sostegno tra ex colleghe e amici del circuito. L’episodio risulta attestato da fonti secondarie — biografie e interviste — non da documentazione primaria verificabile.
Gibson muore il 28 settembre 2003.
Il tennis la ricordò con comunicati ufficiali. L’International Tennis Hall of Fame aggiornò la sua pagina. Qualcuno scrisse che era stata una pioniera.
Tutte cose vere. Nessuna delle cose che contavano.
Fanny Blankers-Koen fu rinchiusa in un soprannome. Alice Coachman non ottenne la stretta di mano che meritava. Althea Gibson ricevette quella stretta di mano — dalla Regina d’Inghilterra, in mondovisione — e il sistema la usò come prova che il problema era risolto.
Non lo era. Non lo è mai, quando la storia finisce con la fotografia e non con il conto in banca.
Gibson aveva capito la differenza tra le due cose. Nel titolo della sua autobiografia c’è già tutto: I Always Wanted to Be Somebody. Non “la prima”. Non “un simbolo”. Qualcuno.
Il tennis non le restituì mai questa semplice, enorme differenza.
Althea Gibson (1927–2003) è stata la prima persona nera, uomo o donna, a vincere un Grande Slam di tennis. Nel 1956 conquistò Roland Garros; nel 1957 e 1958 vinse sia Wimbledon che gli US Championships. Aprì ogni porta del tennis professionistico bianco in un’America ancora segregata.
Cinque titoli in singolo: Roland Garros 1956, Wimbledon 1957 e 1958, US Championships 1957 e 1958. A questi si aggiungono diversi titoli in doppio. Fu eletta miglior tennista dell’anno dall’Associated Press nel 1957 e nel 1958.
Negli anni ’50 i Grandi Slam erano tornei dilettantistici senza montepremi ufficiale. Gibson non ricevette i contratti e le sponsorizzazioni che le sarebbero spettati, e fu costretta a diventare professionista nel 1958 — il che significava essere esclusa dai Grandi Slam per poter semplicemente sopravvivere economicamente.
Nel 1963 entrò nell’LPGA Tour come prima tennista nera professionista, di nuovo pioniera in un ambiente chiuso. Continuò a competere per anni senza mai vincere un titolo maggiore nel golf. Morì il 28 settembre 2003 a East Orange, New Jersey.
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Scritto da: Andrea Rango
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