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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Stade de France, 7 settembre 2024. Assunta Legnante entra in pedana con una mascherina che ha gli occhi della Gioconda. Ha 46 anni, è cieca dal 2012, e sta per riprendersi l’oro paralimpico nel getto del peso dopo otto anni. Ma dodici anni prima — quando ancora vedeva — lanciava già a 19 metri ed era campionessa europea. Questa è la storia di un’atleta che ha vinto due volte: prima con gli occhi, poi senza.
C’è una mascherina con il volto della Gioconda, il sorriso enigmatico più famoso del mondo, sopra gli occhi di una donna che non vede più. Sotto quel disegno, Assunta Legnante sta concentrata. Respira. Ascolta. Conta i passi che la portano al cerchio. E poi lancia. Quattordici metri e cinquantaquattro centimetri. Oro paralimpico, Parigi 2024, getto del peso F12. Ottava medaglia in tre Paralimpiadi. È il momento in cui Assunta diventa l’atleta italiana più medagliata di sempre nell’atletica leggera.
Ma per capire il peso vero di quel lancio, bisogna riavvolgere il nastro di vent’anni. Tornare a quando i 19 metri li superava da normodotata. Quando il glaucoma era ancora una parola sussurrata nei referti medici. Quando Assunta Legnante non si chiamava ancora Cannoncino — gliel’avrebbero affibbiato dopo, per la potenza delle braccia — ma era solo una ragazza alta un metro e ottantanove di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, che lanciava il peso in uno spiazzo dietro il cimitero, su una pedana disegnata col gesso.
Frattamaggiore, fine anni Novanta. Assunta ha quindici anni quando la passione per il volley lascia il posto a un attrezzo nuovo. A scuola, durante i Giochi della Gioventù, qualcuno le mette in mano un peso. Quattro chili da scagliare lontano. Lei lo lancia e i professori si guardano. Quel braccio non è normale. Quella spinta non è da principiante.
A Napoli però non c’è dove allenarsi. Il campo di atletica più vicino è in provincia di Caserta, scomodo da raggiungere. Così il primo allenatore le costruisce una pedana col gessetto dietro al cimitero del paese. È lì che Assunta Legnante impara a scaricare il peso, a torcere il busto, a esplodere all’uscita.
Quando capisce che a Frattamaggiore non andrà oltre, alza il telefono e chiama la Federazione. Chiede un allenatore vero. Le rispondono con un nome: Nicola Silvaggi, tecnico dei lanci della Nazionale italiana. Il migliore in circolazione. Si trasferisce ad Ascoli Piceno, al Camposcuola Bracciolani a 24 anni e Silvaggi lo definirà “un secondo padre”.
I risultati arrivano subito. Nel 2002, agli Europei indoor di Vienna, vince l’argento dietro alla bielorussa Vita Pavlysh. Nello stesso anno fa segnare 19,20 metri al coperto a Genova: primato nazionale indoor, ancora oggi imbattuto. Nel 2006, a Busto Arsizio, scaglia il peso a 19,04 metri all’aperto. E nel 2007, agli Europei indoor di Birmingham, conquista l’oro continentale. È la regina del peso italiano. Cannoncino è ormai il suo nome di battaglia.
Ma c’è un’ombra che le cammina accanto da sempre: un glaucoma congenito, presente fin dalla nascita. La pressione intraoculare aumenta lentamente, anno dopo anno. Nel 2004, quando ha già conquistato il pass per le Olimpiadi di Atene, è il medico oculista del CONI a fermarla. “Non idonea fisicamente”. Le dice che se gareggia rischia di rimanere cieca. Assunta non ci va.
Quattro anni dopo, Assunta riesce a scendere in pedana ai Giochi Olimpici di Pechino 2008. È la sua prima e unica Olimpiade da vedente. Non supera le qualificazioni. Diciannovesimo posto. Per una che fino a poco prima lanciava a 19 metri, è una sconfitta che brucia. Pensa al ritiro.
Ma non si arrende. Nel 2009 torna a superare i 18 metri, vince l’argento ai Giochi del Mediterraneo di Pescara. La ribalta sembra ancora a portata di mano. Poi però il glaucoma accelera. Le visite si fanno più frequenti, le diagnosi più cupe. A fine 2009 Assunta annuncia il ritiro definitivo. La carriera si chiude lì, in silenzio, senza un ultimo saluto pubblico.
E poi arriva il 2012. L’anno che spezza tutto. La diagnosi di cecità totale. Il buio.
“Quando le hanno comunicato che non avrebbe più visto non solo la gente che la applaudiva, ma anche il volto dei propri cari”, scrive Sport Donna raccontando quel momento, la prima reazione di Assunta è una sola frase: “Mi iscrivo ai Giochi paralimpici di Londra”.
Nello stesso periodo perde la madre. Nelle interviste successive racconterà che tra il lutto e la corsa verso Londra non si è fermata nemmeno un attimo a rendersi conto di essere diventata cieca. “Dovevo proseguire perché lei vedeva un seguito nella mia carriera. Glielo dovevo. Ho preso la medaglia alle Paralimpiadi per lei. Prenderla è stato liberatorio”.
Una settimana dopo la diagnosi di cecità, squilla il telefono. È il Comitato Paralimpico. La chiamano per chiederle se vuole tornare in pedana, in un altro mondo. Lei dice sì. Subito. Ma da sola non basta. Serve qualcuno che le tenga la mano in pedana, che le diventi gli occhi.
Quel qualcuno è ancora Nicola Silvaggi. Il tecnico che l’aveva costruita da normodotata, l’uomo che lei chiama “secondo padre”, non la lascia. La aspetta al Camposcuola Bracciolani di Ascoli e ricomincia da zero con lei. Gli automatismi del peso sono già nel corpo di Assunta — quindici anni di gesti ripetuti — ma adesso vanno ricalibrati senza la vista. La rincorsa, il piazzamento dei piedi, il momento dello scarico: tutto va riportato alla pelle, all’orecchio, al respiro.
L’11 maggio 2012, ai campionati italiani assoluti paralimpici, Assunta abbatte due volte il record del mondo del getto del peso F11-12. Il primato precedente era 11,84 metri. Lei lancia 13,24, poi 13,27. Si qualifica per Londra.
Alle Paralimpiadi di Londra, il 2 settembre 2012, scaglia il peso a 16,74 metri. Nuovo record mondiale. Oro. La seconda classificata, la cinese Tang Hongxia, è a 12,47 metri — più di quattro metri sotto. La gara non c’è.
“Nel momento esatto del lancio, sapevo già che era record”, racconterà. È quella sensazione che le braccia conoscono prima del cervello, quella che la cecità non può cancellare.
Il regolamento paralimpico impone alle atlete cieche di indossare una mascherina opaca durante la gara. Serve a garantire parità: anche le ipovedenti, che potrebbero distinguere ombre e luci, devono trovarsi nelle stesse condizioni di chi non vede nulla. Le altre atlete usano semplici bende nere, anonime. Assunta no.
A Londra 2012 entra in pedana con una mascherina che riproduce gli occhi cattivi di Diabolik. Gliel’hanno regalata gli amici ascolani, voleva uno sguardo da temere. Quella mascherina la regalerà poi a Papa Francesco. “Magari dorme con quella, ne sono convinta”, dirà ridendo in un’intervista.
A Tokyo 2020 sceglie l’Uomo Tigre, il manga giapponese che combatte per i più deboli. “Un personaggio che mi piace, un combattente. Lo seguivo da piccola”. È un omaggio al Paese ospitante. Quella mascherina la regalerà al sindaco di Sendai, la città giapponese che aveva accolto la delegazione azzurra prima dei Giochi.
A Parigi 2024 indossa la Gioconda. Un progetto dell’Accademia di Belle Arti di Bologna: gli studenti hanno disegnato decine di mascherine, due hanno vinto il contest su Instagram, e Assunta ha scelto la Monna Lisa per la finale del peso. “Per scaramanzia. Volevo portare un po’ d’Italia”. Dietro quella mascherina, quel giorno, vince l’oro che le mancava da otto anni.
Le maschere di Assunta Legnante non sono un costume. Sono una dichiarazione. Il regolamento le impone di coprire gli occhi — lei trasforma la copertura in opera, in messaggio, in connessione tra culture. Vede con qualcos’altro, e quel qualcos’altro lo mostra al mondo.
Dopo Londra arriva Rio 2016: secondo oro nel peso. Nel mezzo, il record mondiale assoluto a Padova nel 2014 con 17,32 metri, ancora oggi imbattuto. Ai Mondiali di Lione nel 2013, ai Mondiali di Dubai nel 2019, ai Mondiali di Parigi nel 2023: una pioggia di ori che la consacra come la pesista paralimpica più forte di sempre.
A Tokyo 2020, complice un grave infortunio al tendine d’Achille subito un anno prima, deve accontentarsi di due argenti. Per lei è una mezza sconfitta, di quelle che fanno male a chi non ha mai imparato ad accontentarsi. Tre anni dopo, a Parigi 2024, l’oro nel peso le restituisce ciò che Tokyo le aveva tolto. Otto medaglie in tre Paralimpiadi. Sei Collari d’oro al merito sportivo. Commendatore della Repubblica.
Ma la cosa che resta, quando si spegne la diretta televisiva, non è l’elenco delle medaglie. È quell’immagine di una donna alta un metro e novanta che entra in pedana con la Gioconda sugli occhi e fa volare un peso oltre ogni limite che il suo corpo dovrebbe permetterle.
Assunta Legnante ha vinto da vedente e ha vinto da cieca. Non è la stessa atleta — la cecità riscrive il corpo, la postura, la fiducia, tutto — ma è la stessa testa. Quella che chiamò la Federazione a vent’anni per chiedere un allenatore. Quella che dopo la diagnosi di cecità rispose al telefono dicendo “Mi iscrivo a Londra”. Quella che oggi, a 46 anni, parla apertamente di Los Angeles 2028: “Avrò 50 anni, sarà forse la mia ultima Paralimpiade. Una bandiera la porterei volentieri alla cerimonia d’apertura”.
Lo dice come se fosse normale. E forse, per Assunta Legnante, lo è davvero. Perché quando il buio arriva, la sua frase è una sola, e l’ha trasformata in vita: “Se ti fai prendere per mano dal buio, puoi scoprire un altro sole”.
Tre ori e tre argenti in tre edizioni dei Giochi Paralimpici (Londra 2012, Rio 2016, Tokyo 2020, Parigi 2024). È l’atleta italiana più medagliata di sempre nell’atletica leggera, con record mondiale nel getto del peso F12 a 17,32 metri.
Per un glaucoma congenito presente fin dalla nascita, peggiorato progressivamente. Le aveva già impedito di partecipare alle Olimpiadi di Atene 2004. La cecità totale è stata diagnosticata nel 2012, a 34 anni.
Argento agli Europei indoor di Vienna 2002, oro agli Europei indoor di Birmingham 2007, primato nazionale indoor a 19,20 metri (Genova 2002, ancora imbattuto), partecipazione alle Olimpiadi di Pechino 2008.
Il regolamento paralimpico impone alle atlete cieche una mascherina opaca per garantire parità di condizioni con le ipovedenti. Assunta ne ha fatto un’arte: Diabolik a Londra, Uomo Tigre a Tokyo, Gioconda a Parigi. Ognuna è un omaggio al Paese ospitante.
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Scritto da: 4EVA Redazione
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