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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Oro, argento, bronzo. Dieci infortuni gravi in vent’anni. Prima donna nella storia a salire sul podio della discesa olimpica in tre Giochi consecutivi.
Cortina d’Ampezzo, 8 febbraio 2026. Pista Olympia delle Tofane, ore tarde della mattina. Sul cancelletto di partenza della discesa libera olimpica c’è Lindsey Vonn, quarantun anni, una protesi al ginocchio, e diciassette secondi dopo aver mollato i bastoncini finisce contro i paletti. L’elicottero la porta via. La gara resta sospesa per quasi mezz’ora. Quando ricomincia, è il turno di Sofia Goggia, pettorale 15, casco bollente dal sole alto sulle Tofane.
Scia con un piccolo errore all’entrata della Schuss, lo stesso punto in cui in carriera ha vinto quattro volte in Coppa del Mondo. Cinquantanove centesimi dalla statunitense Breezy Johnson, che vince l’oro. Quattro centesimi dietro alla tedesca Emma Aicher, argento.
È Bronzo. Il terzo podio olimpico consecutivo in discesa libera, dopo l’oro di Pyeongchang 2018 e l’argento di Pechino 2022. Nessuna sciatrice prima di lei c’era mai riuscita.
«Ho completato il trittico di medaglie in discesa», ha detto in zona mista, l’occhio lucido. «Sicuramente tutti qui si aspettavano l’oro. Da un lato mi spiace per gli errori, dall’altro ho dimostrato una buona tenuta mentale». A 33 anni, alla terza Olimpiade, dietro le spalle il bilancio di dieci interventi chirurgici e una cronologia di traumi che da sola riempirebbe una sala d’aspetto ortopedica.
La sequenza, oggi nota e raccontata in molte versioni, comincia nel 2007. Goggia non ha ancora compiuto quindici anni quando si rompe il legamento crociato anteriore e il menisco esterno del ginocchio destro. Un anno dopo, nuovo problema al menisco. Nel 2010, alla prima gara di Coppa Europa a Kvitfjell, altro stop al ginocchio. Nel 2012 chiude la stagione in anticipo per uno stiramento ai collaterali di entrambe le ginocchia e una frattura del piatto tibiale.
Quando l’8 febbraio 2018 vince l’oro olimpico in discesa libera a Pyeongchang — il primo per l’Italia in quella specialità dal 1952, da Zeno Colò a Oslo — porta in pista una storia clinica già da fine carriera. Ha venticinque anni. Davanti ne ha altri dieci di fratture.
Otto mesi dopo l’oro, ottobre 2018, allenamento a Hintertux in Austria: si rompe il malleolo peroneale destro. Recupera in tempo per i Mondiali di Åre 2019, è argento in superG. Nel febbraio 2020 a Garmisch-Partenkirchen cade in superG e si frattura il radio del braccio sinistro: stagione finita. Nel gennaio 2021, stessa Garmisch, stessa maledizione: il superG viene rinviato per nebbia, Goggia scendendo a valle su una pista turistica trova neve fresca, cade. Frattura composta del piatto tibiale laterale del ginocchio destro. Salta i Mondiali in casa di Cortina 2021.
Il 23 gennaio 2022, ventiquattro ore dopo aver vinto la discesa di Cortina, Sofia cade ancora sull’Olympia delle Tofane. Diagnosi: distorsione al ginocchio sinistro, parziale lesione del legamento crociato, microfrattura peroneale. Le Olimpiadi di Pechino aprono il 4 febbraio. La discesa libera olimpica è in calendario per il 15.
Quello che succede nelle tre settimane successive entra nei manuali di traumatologia sportiva. Niente intervento chirurgico, scelta conservativa. Fisioterapia intensiva, lavoro in piscina, ricondizionamento mirato sul ginocchio sano per mantenere il tono globale. Goggia rinuncia al superG di Pechino. Si presenta solo per la discesa. Vince l’argento dietro la svizzera Corinne Suter, ventitré giorni dopo la caduta. Davanti alla connazionale Nadia Delago, sul podio.
L’idea che si tratti di un miracolo isolato è la lettura più comoda, ed è anche quella sbagliata. Goggia ha costruito negli anni una metodologia di rientro che la rende, di fatto, una sciatrice diversa dalle altre: il suo staff medico è un’estensione operativa dello staff tecnico, e ogni infortunio attiva una procedura collaudata, non un piano di emergenza. È questa, più del talento puro, la sua firma sportiva.
Dieci mesi dopo Pechino, durante la discesa di St. Moritz, Sofia impatta su un palo e si frattura il secondo e il terzo metacarpo della mano sinistra. Operata a Milano nel pomeriggio. La gara successiva — la seconda discesa di St. Moritz — è il sabato dopo. Si presenta in pista con un tutore alla mano. Vince con mezzo secondo di vantaggio su tutte.
A fine quella stagione 2022/23 conquista la sua quarta Coppa del Mondo di discesa libera, dopo quelle del 2018, 2021 e 2022. Quattro globi in cinque stagioni in cui ha avuto un infortunio grave ogni dodici mesi.
Casola, pista di Ponte di Legno, allenamento di slalom gigante. Una porta che gira a destra, l’inforcata con la gamba destra. Frattura articolare scomposta pluriframmentaria del pilone tibiale destro: il prolungamento inferiore della tibia, la parte che articola con l’astragalo della caviglia. Quasi un’ora di soccorsi in pista, elicottero a Milano, sera stessa intervento alla Clinica La Madonnina del dottor Andrea Panzeri (presidente della Commissione Medica FISI, lo stesso che a marzo 2025 opererà Federica Brignone). Placca e sette viti.
«Se questo è il piano che Dio ha riservato per me, altro non posso fare che spalancare le braccia, accoglierlo e accettarlo», scrive Goggia sui social pochi giorni dopo, citando Elena Fanchini — l’amica ed ex compagna di squadra morta di cancro l’8 febbraio 2023, a soli 37 anni. Era la stessa frase pronunciata da Fanchini quando le tornò il tumore.
Quaranta giorni di scarico, fisioterapia, ricostruzione. Rientra a fine stagione 2024/25 e ai Mondiali di Saalbach chiude quinta nel superG. Non è ancora Sofia, ma è già abbastanza per essere terza nella classifica generale di Coppa del Mondo.
Quando Goggia accende il braciere olimpico a Cortina la sera del 6 febbraio 2026, ultimo tedoforo della cerimonia di apertura, è l’immagine simbolo di una Olimpiade italiana che ha scelto la continuità con il passato sportivo come marchio narrativo. Due giorni dopo, sull’Olympia delle Tofane, arriva il bronzo che chiude il set personale. Bronzo che lei stessa definisce «l’ultimo colore che mi mancava».
Quello che però, dal nostro punto di vista, rappresenta il vero cambio di pagina della carriera è quanto succede sei settimane dopo, il 22 marzo 2026, alle Finali di Kvitfjell in Norvegia. Goggia vince il superG conclusivo della stagione — terza vittoria stagionale nella specialità dopo Val d’Isère e Soldeu — e si aggiudica la sua prima Coppa del Mondo di superG, davanti alla neozelandese Alice Robinson. Quinto globo di specialità complessivo dopo le quattro discese. Seconda italiana di sempre, dopo Federica Brignone (2021/22), a vincere la Coppa di superG.
Il dato che racconta meglio cos’è Sofia Goggia, alla fine della stagione 2025/26, è quello dei numeri assoluti: 29 vittorie in Coppa del Mondo (19 in discesa libera, 10 in superG), 69 podi totali, una sola gara olimpica vinta ma tre podi in tre edizioni consecutive nella stessa specialità. Una costanza che, nelle discipline veloci dello sci alpino, non ha eguali nell’ultimo decennio. Tradotto in modo più diretto: in sei anni ha vinto cinque coppe di specialità. Nessuna sciatrice del circuito attivo, oggi, le si avvicina.
Goggia ha passato la carriera cercando di atterrare sempre nello stesso modo, con vari risultati. Le statistiche non la indicano come l’azzurra più vincente in Coppa del Mondo — quel primato spetta a Federica Brignone — e entrambe lo riconoscono pubblicamente da anni: «Federica Brignone ha vinto molto di più rispetto a me: io ho vinto un oro olimpico, ma lei ha vinto tanto di più, è più completa». Ma fanno di Goggia qualcosa di più raro e meno raccontabile: la sciatrice che ha reso strutturale il rientro post-infortunio, che ha cambiato il modo in cui in Italia si parla di tempi di recupero dopo un trauma articolare.
I 23 giorni di Pechino sono entrati nel linguaggio comune dello sci e della medicina sportiva ortopedica come unità di misura — un benchmark che molte fisioterapiste italiane oggi usano per spiegare ai propri pazienti, non agonisti, che alcuni limiti sono soprattutto culturali. Da questo punto di vista la sua eredità, nel momento in cui chiude il trittico olimpico, va oltre il medagliere: ha aperto una conversazione sul corpo femminile sportivo che prima esisteva, ma non era così accurato. Adesso ha cifre, date, procedure ripetute. È un’altra cosa.
Resta aperta, di lei, la domanda che la riguarda di più: l’agonismo. A 33 anni, con la quarta Olimpiade — Milano-Cortina chiusa, prossima edizione 2030 nelle Alpi francesi — Goggia non ha mai parlato di ritiro. Anzi, dopo il superG di Kvitfjell ha detto: «la gara più importante è sempre la prossima». La conosciamo abbastanza per crederle.
Tre: oro nella discesa libera a Pyeongchang 2018, argento a Pechino 2022, bronzo a Milano-Cortina 2026. È la prima sciatrice della storia a salire sul podio della discesa olimpica in tre edizioni consecutive.
Oltre dieci dal 2007 in poi: primo crociato a 15 anni, malleolo peroneale 2018, radio braccio sinistro 2020, piatto tibiale 2021, distorsione ginocchio + microfrattura 2022, metacarpi 2022, frattura tibia/malleolo 2024.
Il 23 gennaio 2022 Goggia cade a Cortina e riporta una distorsione del ginocchio sinistro con parziale lesione del crociato. Sceglie il trattamento conservativo, rinuncia al superG olimpico e vince l’argento in discesa solo 23 giorni dopo.
Cinque coppe di specialità: quattro di discesa libera (2018, 2021, 2022, 2023) e una di superG conquistata nella stagione 2025/26. È la seconda italiana di sempre dopo Federica Brignone a vincere sia la Coppa di discesa che quella di superG.
4EVA · Donne oltre lo sport
Da Compagnoni a Brignone a Goggia: tre generazioni di sciatrici italiane che hanno trasformato la fragilità del ginocchio in vetta olimpica.
Scritto da: 4EVA Redazione
Cortina 2026 discesa libera olimpica infortuni sci alpino sofia goggia