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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Lo chiama effetto Matilda.
Con questa espressione Rossiter denuncia “la natura sessista” del mancato riconoscimento delle donne nella ricerca scientifica e l’attribuzione sistematica del merito dei loro risultati ai colleghi uomini. Il nome viene da Matilda Joslyn Gage, suffragista americana che nel 1870 — centoventitre anni prima — aveva già scritto esattamente di questo: come le invenzioni e le scoperte delle donne venissero ignorate o intestate ad altri.
La stessa Gage fu vittima a sua volta di una forma di cancellazione storica, venendo esclusa come coautrice da importanti opere sul suffragio femminile.
Il meccanismo si mangia anche chi lo denuncia. È sempre stato così.
La tentazione è liquidare l’effetto Matilda come una collezione di casi sfortunati, storie di altri tempi, eccezioni a una regola che oggi non vale più. Il lavoro di Rossiter ha dimostrato che non si tratta di una manciata di aneddoti, ma di un pregiudizio riproducibile attraverso istituzioni e secoli: premi negati, pubblicazioni nascoste o ritardate e meriti attribuiti a colleghi maschi in posizioni di maggior potere.
I casi sono noti. Rosalind Franklin fotografa la struttura del DNA — le foto finiscono a Watson e Crick, il Nobel va a loro. Lise Meitner calcola e teorizza la fissione nucleare — il Nobel 1944 va solo a Otto Hahn. Chien-Shiung Wu dimostra sperimentalmente la violazione della parità — il Nobel va ai due uomini che l’avevano teorizzata senza provarla.
Non sono storie eccezionali. Sono casi documentati di un fenomeno che si ripete con una coerenza che fa impressione.
L’effetto Matilda non è un fenomeno separato, ma un meccanismo che moltiplica in senso negativo l’effetto Matthew per le donne. Se l’effetto Matthew costruisce ricchezza di reputazione per gli eminenti — in maggioranza uomini — l’effetto Matilda opera impedendo alle donne di entrare in questo ciclo virtuoso fin dall’inizio. L’impatto cruciale non è solo un mancato riconoscimento, ma un vero svantaggio cumulativo che si amplifica lungo l’intera traiettoria professionale.
Potremmo pensare che il problema sia risolto. Che quei meccanismi appartenessero a un’epoca in cui le donne non potevano votare, non potevano accedere all’università, non potevano firmare contratti senza il consenso del marito.
I numeri dicono altro.
Nell’anno accademico 2022-2023, la percentuale di donne che in Italia sceglie discipline STEM è pari al 39,2%. Quasi una su due. Fin qui, il quadro regge. Ma poi succede qualcosa.
Per il 2024, l’ISTAT ha registrato una quota di lauree STEM che sale al 36,9% tra gli uomini e scende al 15% tra le donne. Si iscrivono in quasi parità. Si laureano in rapporto di quasi uno a tre.
In Italia, ogni mille laureati, le femmine in STEM sono il 13,3% contro un 19,4% di maschi. E il divario non si chiude nel mercato del lavoro: un calo significativo della percentuale di donne in STEM si verifica in due momenti distinti: durante la transizione dall’istruzione primaria e secondaria all’università, quando la percentuale scende di 18 punti percentuali, e durante la transizione dall’università alla forza lavoro, quando scende di altri 15 punti.
Tre volte, lo stesso punto di caduta. Non è caso. È struttura.
La domanda ovvia è: perché? Perché chi si iscrive abbandona? Perché chi si laurea esce dal settore?
La risposta scomoda è che il problema non nasce all’università. Nasce molto prima. Già a partire dai 6-7 anni, le bambine che dicono di voler fare lavori legati alla scienza, alla tecnologia e all’ingegneria sono in numero minimo rispetto ai coetanei maschi. Non perché abbiano meno capacità — le ragazze STEM hanno mediamente voti più alti e si laureano nei tempi previsti più spesso dei colleghi maschi. Ma perché il sistema di aspettative che le circonda dice loro, fin dall’infanzia, che certi spazi non sono per loro.
L’effetto Matilda non è solo la cancellazione retroattiva delle scoperte. È anche la pressione preventiva che scoraggia le scoperte prima che vengano fatte.
Le storie che trovate nelle prossime settimane su 4EVA non sono esercizi di archeologia accademica. Sono ricostruzioni di furti — di premi, di crediti, di nomi, di esistenze scientifiche cancellate da una combinazione di pregiudizio istituzionale e indifferenza collettiva.
Rosalind Franklin. Lise Meitner. Cecilia Payne. Chien-Shiung Wu. Filomena Nitti. Trota di Salerno. Hedy Lamarr. Jocelyn Bell Burnell.
Ognuna di loro ha cambiato il modo in cui capiamo il mondo. Quasi nessuna è nei libri di testo.
Non è una coincidenza. È esattamente l’effetto Matilda al lavoro — e riconoscerlo è il primo passo per smettere di ripeterlo.
È il fenomeno per cui i risultati scientifici ottenuti da donne vengono ignorati o attribuiti a colleghi uomini. Il termine è stato coniato nel 1993 dalla storica della scienza Margaret W. Rossiter della Cornell University, nel saggio The Matilda Effect in Science pubblicato su Social Studies of Science. Il nome omaggia la suffragista Matilda Joslyn Gage, che aveva denunciato lo stesso meccanismo già nel 1870.
I casi più documentati: Rosalind Franklin, le cui fotografie della struttura del DNA furono usate da Watson e Crick senza il suo consenso per ottenere il Nobel. Lise Meitner, che teorizzò la fissione nucleare ma vide il premio andare solo al collega Otto Hahn. Chien-Shiung Wu, che dimostrò sperimentalmente la violazione della parità mentre il Nobel andò ai due fisici che l’avevano solo teorizzata.
Secondo i dati ISTAT 2024, le donne rappresentano il 15% dei laureati STEM in Italia — contro il 36,9% degli uomini. Eppure in fase di iscrizione le donne sono quasi il 40% degli studenti STEM. Il divario non nasce dalla mancanza di interesse iniziale: si forma durante il percorso universitario e si allarga ulteriormente nel mercato del lavoro.
È attivo. Studi recenti (Fiorentin et al., 2023; Rajkó et al., 2025) confermano che le ricercatrici continuano a ricevere meno citazioni, meno finanziamenti e meno riconoscimenti a parità di produzione scientifica. L’effetto inizia ancora prima, nell’infanzia: già a 6-7 anni le bambine interiorizzano l’idea che scienza e tecnologia siano ambiti maschili, condizionando le scelte formative negli anni successivi.
4EVA · Donne oltre lo sport
Le storie delle invisibili della scienza, ogni settimana sul nostro magazine e in radio.
Scritto da: Andrea Rango
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