Approfondimento

Effetto Matilda: quando la scienza cancella le donne

today6 Gennaio 2026 8

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Un nome per qualcosa che non aveva nome

  1. Margaret W. Rossiter, storica della scienza alla Cornell University, pubblica un saggio su Social Studies of Science che dà un nome a qualcosa che esisteva da secoli senza essere mai stato chiamato con precisione.

Lo chiama effetto Matilda.

Con questa espressione Rossiter denuncia “la natura sessista” del mancato riconoscimento delle donne nella ricerca scientifica e l’attribuzione sistematica del merito dei loro risultati ai colleghi uomini. Il nome viene da Matilda Joslyn Gage, suffragista americana che nel 1870 — centoventitre anni prima — aveva già scritto esattamente di questo: come le invenzioni e le scoperte delle donne venissero ignorate o intestate ad altri.

La stessa Gage fu vittima a sua volta di una forma di cancellazione storica, venendo esclusa come coautrice da importanti opere sul suffragio femminile.

Il meccanismo si mangia anche chi lo denuncia. È sempre stato così.

Non è una serie di aneddoti. È un sistema.

La tentazione è liquidare l’effetto Matilda come una collezione di casi sfortunati, storie di altri tempi, eccezioni a una regola che oggi non vale più. Il lavoro di Rossiter ha dimostrato che non si tratta di una manciata di aneddoti, ma di un pregiudizio riproducibile attraverso istituzioni e secoli: premi negati, pubblicazioni nascoste o ritardate e meriti attribuiti a colleghi maschi in posizioni di maggior potere.

I casi sono noti. Rosalind Franklin fotografa la struttura del DNA — le foto finiscono a Watson e Crick, il Nobel va a loro. Lise Meitner calcola e teorizza la fissione nucleare — il Nobel 1944 va solo a Otto Hahn. Chien-Shiung Wu dimostra sperimentalmente la violazione della parità — il Nobel va ai due uomini che l’avevano teorizzata senza provarla.

Non sono storie eccezionali. Sono casi documentati di un fenomeno che si ripete con una coerenza che fa impressione.

L’effetto Matilda non è un fenomeno separato, ma un meccanismo che moltiplica in senso negativo l’effetto Matthew per le donne. Se l’effetto Matthew costruisce ricchezza di reputazione per gli eminenti — in maggioranza uomini — l’effetto Matilda opera impedendo alle donne di entrare in questo ciclo virtuoso fin dall’inizio. L’impatto cruciale non è solo un mancato riconoscimento, ma un vero svantaggio cumulativo che si amplifica lungo l’intera traiettoria professionale.

L’Italia, i numeri, oggi

Potremmo pensare che il problema sia risolto. Che quei meccanismi appartenessero a un’epoca in cui le donne non potevano votare, non potevano accedere all’università, non potevano firmare contratti senza il consenso del marito.

I numeri dicono altro.

Nell’anno accademico 2022-2023, la percentuale di donne che in Italia sceglie discipline STEM è pari al 39,2%. Quasi una su due. Fin qui, il quadro regge. Ma poi succede qualcosa.

Per il 2024, l’ISTAT ha registrato una quota di lauree STEM che sale al 36,9% tra gli uomini e scende al 15% tra le donne. Si iscrivono in quasi parità. Si laureano in rapporto di quasi uno a tre.

In Italia, ogni mille laureati, le femmine in STEM sono il 13,3% contro un 19,4% di maschi. E il divario non si chiude nel mercato del lavoro: un calo significativo della percentuale di donne in STEM si verifica in due momenti distinti: durante la transizione dall’istruzione primaria e secondaria all’università, quando la percentuale scende di 18 punti percentuali, e durante la transizione dall’università alla forza lavoro, quando scende di altri 15 punti.

Tre volte, lo stesso punto di caduta. Non è caso. È struttura.

Inizia prima di quanto si pensi

La domanda ovvia è: perché? Perché chi si iscrive abbandona? Perché chi si laurea esce dal settore?

La risposta scomoda è che il problema non nasce all’università. Nasce molto prima. Già a partire dai 6-7 anni, le bambine che dicono di voler fare lavori legati alla scienza, alla tecnologia e all’ingegneria sono in numero minimo rispetto ai coetanei maschi. Non perché abbiano meno capacità — le ragazze STEM hanno mediamente voti più alti e si laureano nei tempi previsti più spesso dei colleghi maschi. Ma perché il sistema di aspettative che le circonda dice loro, fin dall’infanzia, che certi spazi non sono per loro.

L’effetto Matilda non è solo la cancellazione retroattiva delle scoperte. È anche la pressione preventiva che scoraggia le scoperte prima che vengano fatte.

Quello che questa serie vuole fare

Le storie che trovate nelle prossime settimane su 4EVA non sono esercizi di archeologia accademica. Sono ricostruzioni di furti — di premi, di crediti, di nomi, di esistenze scientifiche cancellate da una combinazione di pregiudizio istituzionale e indifferenza collettiva.

Rosalind Franklin. Lise Meitner. Cecilia Payne. Chien-Shiung Wu. Filomena Nitti. Trota di Salerno. Hedy Lamarr. Jocelyn Bell Burnell.

Ognuna di loro ha cambiato il modo in cui capiamo il mondo. Quasi nessuna è nei libri di testo.

Non è una coincidenza. È esattamente l’effetto Matilda al lavoro — e riconoscerlo è il primo passo per smettere di ripeterlo.

 

Autore

Scritto da: Andrea Rango

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