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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
Tre virgola due miliardi di euro.
È il valore che il movimento del calcio femminile italiano produce sull’economia nazionale, misurato in impatto diretto, indiretto e indotto sul PIL. Quasi 12.000 posti di lavoro a tempo pieno supportati. Un contributo alla parità di genere quantificato in 700 milioni di euro.
Questi numeri vengono da un’analisi del Centro Studi FIGC, elaborata su dati della Divisione Serie A Femminile Professionistica e di Deloitte. Sono numeri rigorosi, metodologicamente solidi. E sono quasi completamente ignorati dal dibattito pubblico.
Vale la pena fermarsi a capire da dove vengono e cosa significano davvero.
Il dato non nasce da una stima ottimistica. È costruito su un modello che distingue due grandi componenti: l’impatto tangibile e quello intangibile.
L’impatto tangibile è il più diretto: il giro d’affari generato dalle attività dei club, le spese operative, i salari, le forniture. È quello che si vede in un bilancio.
L’impatto intangibile è molto più grande — e molto meno raccontato. Si tratta del contributo al PIL generato da una maggiore produttività degli individui grazie alla pratica sportiva. Si misura su quattro dimensioni:
Salute e benessere psicofisico — 1,7 miliardi. È la voce più pesante in assoluto: riduzione delle patologie croniche, miglioramento della salute mentale, aumento della speranza di vita in buona salute, minor pressione sui sistemi sanitari. Ogni ragazza che gioca a calcio costa meno al servizio sanitario nazionale nel corso della vita.
Aspetti sociali e comportamentali — 700 milioni. Relazioni sociali più solide, migliori risultati scolastici, minore incidenza di fumo, alcol, criminalità nelle fasce di età coinvolte.
Partecipazione femminile e parità di genere — 700 milioni. Questo è il dato più insolito: la pratica del calcio femminile ha un effetto misurabile sulla rappresentanza politica femminile a livello locale e nazionale, sulla presenza di donne nei CDA delle società quotate in borsa, e sul Gender Equality Index complessivo del paese.
Attività sportive dirette — 100 milioni. Il dato economico puro del settore.
Il 47% di questo impatto — circa 1,5 miliardi — è attribuibile ai soli club di Serie A e Serie B femminile.

La voce più sorprendente è quella sulla salute: 1,7 miliardi su 3,2 totali. Più della metà dell’impatto economico del calcio femminile italiano viene da corpi in forma, da menti più equilibrate, da vite più lunghe e più sane.
Non è un’astrazione. È un calcolo preciso: ogni euro speso per far giocare una ragazza a calcio genera un risparmio sanitario futuro misurabile. Il modello econometrico usato dal Centro Studi FIGC lavora su dati longitudinali — non proiezioni ottimistiche, ma correlazioni documentate tra pratica sportiva e indicatori di salute nella popolazione.
Il fatto che questa componente sia quasi assente nel dibattito su come finanziare il calcio femminile dice qualcosa sull’orizzonte temporale di chi decide. I costi del professionismo sono visibili ora. I benefici sanitari si realizzano in decenni. Chi governa il breve termine tende a non vedere il lungo.
Il report calcola uno scenario preciso: cosa accadrebbe se il numero delle praticanti crescesse del 30% rispetto ai livelli attuali.
I risultati sono:
Per contestualizzare: le calciatrici tesserate FIGC sono passate da 18.854 nel 2008 a 45.620 nel 2024 — più che raddoppiate in sedici anni. Un aumento del 30% sulle cifre attuali significherebbe avvicinarsi alle 60.000 tesserate. È un obiettivo raggiungibile nell’arco di pochi anni, se le condizioni lo permettono: più scuole calcio, più impianti, più visibilità.
Ciascuno di questi tre fattori è stato identificato dai tifosi stessi come barriera principale nell’Episodio 4 di questa serie.

Con questi numeri sul tavolo, il confronto internazionale fa ancora più effetto.
La Liga F spagnola ha ricevuto 20 milioni di euro di finanziamento diretto dal governo. La Women’s Super League britannica ha ottenuto un prestito interest-free da 20 milioni di sterline dalla Premier League maschile. In entrambi i casi, l’investimento istituzionale ha preceduto la sostenibilità economica — non l’ha aspettata.
In Italia, il Fondo per il professionismo negli sport femminili è stato rifinanziato a febbraio 2025 con 4 milioni di euro per l’anno in corso, grazie al decreto Milleproroghe. È un segnale positivo di continuità. Ma la scala è diversa.
Un sistema che genera 3,2 miliardi di impatto sul PIL riceve 4 milioni di sostegno pubblico annuo. Il rapporto tra valore prodotto e risorse ricevute è uno degli squilibri più evidenti dell’intero scenario.

La Serie A Women ha due scadenze strutturali nei prossimi tre anni che cambieranno profondamente il contesto.
La prima è la Lega autonoma, prevista per la stagione 2027-2028. Significa gestione diretta dei diritti commerciali, autonomia negoziale con broadcaster e sponsor, capacità di costruire un modello economico senza dipendere dalla struttura federale. È il passaggio da campionato federale a lega professionale vera e propria — lo stesso che ha fatto la Premier League maschile nel 1992.
La seconda è la candidatura per UEFA Women’s Euro 2029. Se l’Italia dovesse ottenerla, gli effetti sarebbero immediati e sistemici: investimenti negli stadi, aumento del profilo mediatico internazionale, legacy in termini di tesserate e partecipazione (l’Europeo 2022 in Inghilterra ha creato 416.000 nuove opportunità di pratica calcistica femminile nel paese).
Entrambe le scadenze richiedono un sistema già attrezzato per reggere la pressione. I dati di questa serie raccontano un sistema in costruzione — non ancora pronto, ma in movimento. Con una fan base da 17 milioni, ascolti raddoppiati, sponsor che preferiscono il femminile al maschile per brand value, e un impatto economico che quasi nessuno sa quantificare.
I 3,2 miliardi esistono già. Il riconoscimento istituzionale, ancora no.
Fine della serie “Serie A Women: il report” — sei episodi, un campionato letto dall’interno.
Secondo le elaborazioni del Centro Studi FIGC su dati Deloitte, il movimento del calcio femminile italiano produce un impatto complessivo di 3,2 miliardi di euro sul PIL nazionale e supporta circa 11.790 posti di lavoro a tempo pieno. Il 47% di questo impatto è attribuibile ai club di Serie A e Serie B femminile.
Sì, ed è quantificato: la componente legata a partecipazione femminile e parità di genere vale 700 milioni di euro nell’impatto PIL. Un aumento del 30% delle praticanti produrrebbe un incremento dello 0,4% del Gender Equality Index nazionale e dello 0,2% della rappresentanza politica femminile locale.
La Divisione Serie A Femminile Professionistica punta a diventare una Lega autonoma nella stagione 2027-2028. Significherebbe gestione diretta dei diritti commerciali e televisivi, autonomia negoziale con sponsor e broadcaster, e un modello economico indipendente dalla struttura federale.
Nel 2024 le calciatrici tesserate FIGC erano 45.620, più che raddoppiate rispetto alle 18.854 del 2008. Un ulteriore aumento del 30% — obiettivo raggiungibile con più scuole calcio femminile e impianti adeguati — genererebbe quasi 1 miliardo di PIL aggiuntivo e oltre 3.500 nuovi posti di lavoro.
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Scritto da: Andrea Rango
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