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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
La storia che si racconta è quella del maggio 1924. Alfonsina Strada al via del Giro d’Italia, unica donna tra novanta corridori, tempeste di pioggia sull’Appennino, cadute, fango, tappe disputate su strade che strade non erano ancora. Dodici tappe. Tre settimane di corsa. L’arrivo a Milano.
È una storia vera. Il problema è che viene raccontata come se fosse cominciata lì, in quella primavera, e come se finisse con un’immagine romantica di resistenza solitaria. Non è così. Alfonsina Strada stava forzando porte chiuse da vent’anni prima del 1924. E la risposta a quel Giro non fu ammirazione — fu un regolamento nuovo, scritto per fare in modo che non accadesse mai più.
Alfonsa Rosa Maria Morini nasce il 16 marzo 1891 a Riolo di Castelfranco Emilia, provincia di Modena, seconda di dieci figli di braccianti agricoli analfabeti. Nel 1901 il padre porta a casa una bicicletta comprata dal medico del paese, malandata ma funzionante. Prima di compiere quattordici anni, Alfonsina corre già le gare di paese — e le vince, anche contro i maschi.
Nel 1907, sedicenne, va a Torino e viene nominata “miglior ciclista italiana”. Due anni dopo, al Grand Prix di Pietroburgo, riceve una medaglia dallo zar Nicola II. Nel 1911, a Moncalieri, stabilisce il record di velocità femminile: 37,1 km/h. I giornali la chiamano “la diavola” — per la gente di Castelfranco, “il diavolo in gonnella”. Il soprannome nasce come provocazione. Lei lo porta come un titolo per tutta la vita.
La famiglia, imbarazzata da quelle “manie sportive”, spinge Alfonsina a sposarsi e a farla finita. Nel 1915 sposa Luigi Strada, cesellatore — da cui prende il cognome che la storia ricorderà. Ma Luigi non è quello che i genitori si aspettavano: le regala, come dono di nozze, una vera bicicletta da corsa, con il manubrio ricurvo di chi vuole correre sul serio. L’anno dopo la coppia si trasferisce a Milano, e Luigi comincia ad allenarla personalmente.
Nel 1917, in piena guerra, Alfonsina si presenta alla redazione della Gazzetta dello Sport — il quotidiano organizzatore — per chiedere di correre il Giro di Lombardia. Le viene concesso. Lo corre di nuovo l’anno successivo. Non si era fermata davanti ai regolamenti che la escludevano: si era presentata al via, lasciando che gli organizzatori decidessero cosa farne.
Quello che il racconto del 1924 tende a nascondere è questa continuità. Il Giro d’Italia non fu un colpo di testa. Fu il punto più alto di una carriera costruita, pedalata dopo pedalata, sull’idea che i confini del ciclismo femminile andassero allargati anche quando le porte venivano chiuse in faccia.
Il Giro d’Italia 1924 parte da Milano il 10 maggio. È un’edizione anomala: niente squadre, ogni corridore si iscrive da indipendente, e le grandi case costruttrici — in polemica sui compensi — boicottano la corsa in massa. Il campo parte “gravemente azzoppato”. Armando Cougnet, il patron della corsa, decide di far gareggiare gli “isolati” al posto dei campioni assenti — e pensa che il richiamo ambiguo di una ciclista possa fare gioco a un Giro senza nomi grossi.
Alfonsina viene ammessa. Cerca quel posto anche per necessità: una grave malattia ha colpito Luigi, e la corsa può aiutarla a mantenere la famiglia. Viene iscritta come “Alfonsin Strada”, numero 72 — non per errore, ma per tenere nascosta la sua identità il più a lungo possibile e amplificare il clamore quando si sarebbe scoperta la verità.
Le prime tappe le affronta a viso aperto: Milano-Genova, Genova-Firenze — dove chiude cinquantesima su sessantacinque, davanti a un gruppo folto di uomini — Firenze-Roma, Roma-Napoli. Tiene il passo. Regge.
Poi arriva la tappa L’Aquila-Perugia. Pioggia, vento, strade del Sud appena percorribili. Alfonsina cade, rompe il manubrio, lo ripara con un manico di scopa recuperato in una casa di contadini. Arriva a notte fonda, quattro ore dopo il vincitore: fuori tempo massimo. Tra i giudici scoppia una polemica violenta — alcuni vorrebbero salvarla, considerato quanto ha già dimostrato. Alla fine viene tolta dalla classifica ufficiale.
Ma Emilio Colombo, che ha capito cosa rappresenta per il pubblico, decide diversamente: le paga di tasca propria alloggio e massaggiatore perché possa continuare a seguire la corsa fino in fondo, fuori classifica ma non fuori dalla storia.
Tappa dopo tappa, il pubblico la reclama. Si racconta che a Fiume, dove arriva con venticinque minuti di ritardo, ferita per una caduta, nessuno spettatore lasci le tribune finché non taglia il traguardo — e che la folla la sollevi di peso dalla bicicletta come si fa con i campioni.
Arriva a Milano il primo giugno, dopo 174 ore, 54 minuti e 11 secondi in sella. Dei novanta corridori partiti, solo trenta completano l’intero percorso di 3.618 chilometri. Lei è tra loro. Vince Giuseppe Enrici, davanti a Federico Gay. Di Enrici, oggi, non si ricorda quasi nessuno. Di lei sì.
La stampa la segue con una miscela di interesse genuino e tono paternalistico che oggi leggiamo con fastidio riconoscibile. Ma il pubblico lungo le strade la vuole, la cerca, chiede di lei tappa dopo tappa. È popolare. Visibile. Impossibile da ignorare.
È esattamente il problema.
Dopo il 1924, ad Alfonsina non viene più concesso di iscriversi al Giro. Non fu un rifiuto esplicito accompagnato da motivazioni: fu una porta richiusa in silenzio, in un’epoca — quella del regime — in cui non serviva nemmeno più argomentarlo.
Alfonsina Strada ha completato il Giro d’Italia. La risposta istituzionale non fu un riconoscimento, non fu un dibattito sull’apertura del ciclismo professionistico alle donne. Fu la fine tecnica della sua possibilità di ripetersi.
Il ciclismo agonistico maschile le si chiude, ma Alfonsina non smette. Corre esibizioni in Italia e all’estero, si esibisce persino nei circhi sui rulli, gira Spagna, Francia, Lussemburgo. Nel 1937, a Parigi, batte la campionessa francese Robin. Nel 1938, a quarantasette anni, stabilisce a Longchamp un nuovo record del mondo dell’ora: 35,28 km. Quasi trent’anni di carriera, professionista dal 1907 al 1936, 36 vittorie contro uomini.
Rimasta vedova di Luigi, nel 1950 si risposa a Milano con Carlo Messori, un ex ciclista su pista. Insieme aprono un negozio di biciclette in via Varesina, con una piccola officina di riparazioni. Messori comincia a scrivere una biografia di lei nel 1952: non troverà mai un editore. Muore nel 1957. Alfonsina manda avanti il negozio da sola, andandoci ogni giorno in bicicletta.
Il 13 settembre 1959 Alfonsina esce presto in moto per assistere alle Tre Valli Varesine. Torna a sera, contenta della giornata. Vuole portare la Moto Guzzi 500 in negozio e tornare a casa in bicicletta. Ma la moto non si avvia. Mentre spinge con forza sulla leva, le sfugge di mano e le cade addosso. Viene soccorsa, ma è già morta d’infarto: aveva 68 anni.
La storia che resta è quella del 1924. Dodici tappe, tre settimane, un arrivo a Milano fuori classifica. È una storia bellissima e va raccontata. Ma da sola non basta — perché riduce una carriera intera a un singolo episodio, e riduce una scelta sistematica della federazione a uno sfondo neutro su cui si staglia il gesto eroico solitario.
Oggi il Blockhaus, la salita più alta mai affrontata dal Giro d’Italia Women, porta il suo nome. Nel 2024, cent’anni dopo, un francobollo ne ha celebrato la storia. Lo storico dello sport Sergio Giuntini l’ha definita “una pagina di prepotente femminismo”. Il gesto era reale. Il furto, quello vero, non fu escluderla dal Giro. Fu ridurla a un’unica corsa.
Sì. Al Giro d’Italia 1924 fu tolta dalla classifica ufficiale dopo l’ottava tappa per un arrivo fuori tempo massimo, ma le fu concesso di proseguire. Arrivò a Milano in 174 ore, 54 minuti e 11 secondi: una delle sole 30 concorrenti su 90 partenti a completare l’intero percorso.
Il soprannome — “il diavolo in gonnella” per la gente del suo paese — nacque dalla sua abitudine, fin da ragazzina, di correre e vincere contro concorrenti uomini. Era inteso come provocazione. Alfonsina lo portò come un titolo per tutta la vita.
Ad Alfonsina non fu più permesso iscriversi al Giro. La modifica regolamentare rese la sua impresa tecnicamente irripetibile. Continuò comunque a correre — e a vincere contro uomini — fino al 1936, stabilendo ancora un record del mondo nel 1938, a 47 anni.
Sì. Il Blockhaus, la salita più alta mai affrontata dal Giro d’Italia Women, è dedicato a lei. Nel 2024, centenario della sua impresa, un francobollo commemorativo ne ha celebrato la storia.
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Scritto da: Andrea Rango
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