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Calcio femminile: sfide, professionismo e parità di genere 4EVA Redazione
La più grande tuffatrice italiana di sempre non ha vinto solo grazie al talento. Ha vinto perché ha avuto il coraggio di dire che aveva paura — e di farsi aiutare.
Sessantadue medaglie internazionali. Cinque Olimpiadi. Un oro mondiale che nessun’altra italiana ha mai conquistato nei tuffi. Eppure la storia più importante di Tania Cagnotto non sta in bacheca. Sta in un cespuglio dietro lo stadio Olimpico di Roma, una sera d’estate del 2009, dove la campionessa di casa, vittima di un forte stress emotivo, ha dovuto allontanarsi per vomitare prima della cerimonia inaugurale dei Mondiali, temendo un attacco di panico sul trampolino.
È quella la vera linea di partenza della sua carriera da regina.
Nata a Bolzano il 15 maggio 1985, Tania Cagnotto comincia a tuffarsi a quattro anni. Suo padre Giorgio è stato uno dei più grandi tuffatori italiani di sempre, due argenti e due bronzi olimpici negli anni Settanta, poi commissario tecnico della Nazionale. Sua madre Carmen Casteiner ha dominato la scena italiana femminile nello stesso periodo. Il copione era scritto, ma i Cagnotto-Casteiner hanno fatto una scelta inusuale: non dirle subito chi erano.
«Quando ero piccolina non mi hanno detto di essere stati due campioni. È stata una fortuna», racconta lei. Quella libertà le ha permesso di costruirsi un nome senza il peso delle aspettative. A quindici anni è già a Sydney 2000, diciottesima al trampolino. È la prima delle sue cinque Olimpiadi consecutive — come il padre.
A livello assoluto sfonda nel 2004: oro dalla piattaforma agli Europei di Madrid. Nel 2005 a Montréal arriva la prima medaglia mondiale di sempre per una tuffatrice italiana, un bronzo dai 3 metri. Sembra una marcia inarrestabile. Poi, nel 2009, succede qualcosa che il sistema sport italiano non racconta quasi mai.
I Mondiali di Roma sono in casa. La pressione è enorme. Tania perde peso, smette di mangiare, corre continuamente in bagno. La sera della cerimonia di apertura lascia la squadra per qualche minuto e va a vomitare dietro un cespuglio. «Avevo paura di non farcela, di avere un attacco di panico. Magari proprio sul trampolino, prima di eseguire un tuffo». A quei Mondiali vince comunque due bronzi e un argento. Ma il prezzo psicologico è altissimo, e quasi nessuno lo sa.
Il 19 maggio 2011, alle tre del pomeriggio, Cagnotto è in motorino. Sta andando agli allenamenti pomeridiani in piscina, a Bolzano. Un’automobile passa con il rosso e la centra in pieno. Trasportata al pronto soccorso, le diagnosticano la frattura del terzo medio dello scafoide della mano sinistra e un taglio profondo sotto la rotula della gamba destra. Operazione, tutore, riabilitazione. Due mesi dopo, ai Mondiali di Shanghai, si tuffa ancora con il tutore al polso — e prende un bronzo dal trampolino da un metro.
A distanza di un anno racconterà una cosa che ribalta la prospettiva: «Quasi quasi l’incidente mi ha fatto bene. Mi ha consentito di staccare la spina per quasi un mese». Per un’atleta che si allenava sette ore al giorno, fermarsi era impossibile. È servita una macchina passata col rosso per concederle una pausa.
L’Olimpiade di Londra è il fondo. Cagnotto arriva quarta nel sincro da 3 metri con Francesca Dallapé, a 2,70 punti dal bronzo delle canadesi Abel-Heymans. Poi, nell’individuale dai 3 metri, di nuovo quarta. Per venti centesimi di punto. Stavolta sotto la messicana Laura Sanchez Soto. Due medaglie sfumate per un soffio nella stessa settimana, davanti agli occhi della Nazionale e di un padre commissario tecnico.
A casa, Cagnotto fa una scelta che in Italia, nello sport di alto livello, nel 2012 fanno in pochissime: chiama una psicologa dello sport, Daniela Cavelli. Inizia un percorso lungo. «Quand’ero giovane non lo avevamo a disposizione. Parlavo soprattutto con mio papà. Con Daniela siamo partite dal momento più complicato della mia carriera e dopo sono arrivate un sacco di belle soddisfazioni».
Un sacco è poco. Dal 2013 in poi, nei grandi appuntamenti internazionali — Olimpiadi, Mondiali, Europei — Tania Cagnotto vince diciannove medaglie su ventuno disponibili. Una percentuale che nessuna tuffatrice europea ha mai avvicinato.
Il 28 luglio 2015, ai Mondiali di Kazan, vince il trampolino da un metro. È il primo oro mondiale femminile dei tuffi italiani. Prima di lei, solo Klaus Dibiasi aveva portato in Italia un titolo iridato in questa disciplina, e parliamo del 1973 e del 1975 dalla piattaforma. Quarant’anni dopo, è una donna a riprendersi quel posto. «Ho sempre messo sullo stesso piano vincere un mondiale e una medaglia olimpica. Volevo raggiungere uno di questi due obiettivi e finalmente è successo».
L’altro arriva l’anno dopo. A Rio 2016, alla sua quinta e ultima Olimpiade, conquista l’argento nel sincro da 3 metri con Dallapé — la coppia che ha vinto otto ori europei consecutivi dal 2009 al 2016 — e poi il bronzo individuale dai 3 metri. Due medaglie nella stessa Olimpiade, come papà Giorgio a Monaco ’72. Prima donna italiana sul podio olimpico individuale nei tuffi. Punteggio personale di 372,80, in finale.
I numeri di Tania Cagnotto, oggi, sono materia da manuale: 2 medaglie olimpiche (Rio 2016), 10 ai Mondiali assoluti (1 oro, 3 argenti, 6 bronzi), 29 agli Europei assoluti (20 ori, 5 argenti, 4 bronzi). A questi vanno aggiunti 8 ori agli Europei juniores, 5 medaglie ai Mondiali juniores, 3 in Coppa del Mondo, 5 in Coppa Europa e 47 titoli italiani su quattro specialità diverse: trampolino da 1 metro, trampolino da 3 metri, piattaforma da 10 metri e sincro. Il 21 dicembre 2017 entra nella Walk of Fame del Foro Italico. La tuffatrice europea con il maggior numero di podi continentali nella storia della disciplina.
Il 24 settembre 2016 sposa Stefano Parolin, conosciuto sette anni prima in vacanza in barca a vela alle isole dell’Elba. Nel 2018 nasce Maya. Tra il 2019 e l’inizio del 2020 prova un rientro per Tokyo, di nuovo in coppia con Dallapé. Poi arriva il Covid, i Giochi slittano e arriva anche la seconda gravidanza: Lisa nascerà nel 2021. È la fine, definitiva.
Ma non l’addio allo sport. Oggi Cagnotto collabora con la Federnuoto e con la Bolzano Nuoto e sta completando la formazione da mental coach. Segue le squadre giovanili di tuffi. «L’idea di seguire i ragazzi e aiutarli a tirare fuori il massimo è quanto di più stimolante possa esserci. Si può allenare anche la testa. Io l’ho fatto un po’ semplicemente gareggiando e un po’ parlando con gli psicologi Gabriele Ghirardello e Daniela Cavelli». La giovane tuffatrice che dietro un cespuglio aveva paura di non farcela, oggi parla ai ragazzini che entrano in Nazionale e racconta loro come si fa.
In Italia, fino alla Cagnotto, l’aspetto mentale nello sport agonistico era un tabù di cui non si parlava neanche tra colleghi. Lei è la prima campionessa italiana ad averlo messo nero su bianco, in interviste e in un libro, descrivendo lo stress, gli attacchi di panico, le sedute, il nome della propria psicologa. Quel coraggio, oggi, è altrettanto importante delle 62 medaglie. Forse di più. Perché ha aperto una strada che le tuffatrici, le ginnaste, le calciatrici italiane di vent’anni adesso percorrono senza più doverla difendere.
Sessantadue medaglie internazionali: 2 olimpiche (argento e bronzo a Rio 2016), 10 ai Mondiali assoluti, 29 agli Europei assoluti, più 21 ai livelli giovanili e di Coppa. A queste si aggiungono 47 titoli italiani su quattro specialità diverse.
Il ritiro definitivo è arrivato nell’estate 2020, dopo il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo e l’inizio della seconda gravidanza. Aveva tentato un rientro nel 2019 in coppia con Francesca Dallapé per il sincro da 3 metri.
Il 19 maggio 2011, mentre andava in motorino agli allenamenti a Bolzano, è stata investita da un’auto passata con il rosso. Frattura dello scafoide della mano sinistra e ferita profonda sotto la rotula. Si è ripresa in tempo per i Mondiali di Shanghai, gareggiando con un tutore al polso.
Vive a Bolzano con il marito Stefano Parolin e le figlie Maya (2018) e Lisa (2021). Sta completando la formazione da mental coach e collabora con la Federnuoto seguendo le squadre giovanili di tuffi. Dal 2017 è anche commentatrice tecnica per la Rai.
4EVA · Donne oltre lo sport
Storie di atlete italiane e internazionali, tra trampolini, pedane e podi.
Una serie 4EVA: voci, traumi, rinascite.
Scritto da: 4EVA Redazione
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